Riforme istituzionali, al via settimana cruciale (1)

A_B_CSciogliere i nodi su finanziamento ai partiti, legge elettorale e lavoro. Partiti alla prova credibilità

 

ROMA – Settimana cruciale, quella che si apre oggi, per le riforme. Anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha richiamato l’attenzione sulla delicatezza del momento, rinnovando la sua fiducia per un positivo approdo. Da Danzica ieri non ha mancato di sottolineare come ”le riforme istituzionali e la riforma del finanziamento pubblico dei partiti”, insieme a quella ”del mercato del lavoro, approvata da un ramo del Parlamento, adesso all’esame dell’altro” siano ”cose non da poco” per il futuro del nostro Paese.

Oggi alle 20 scade al Senato il termine per la presentazione degli emendamenti per l’Aula al ddl costituzionale sulle riforme messe a punto dalla maggioranza (Pdl, Pd, Udc), con il taglio del numero dei parlamentari, il superamento del bicameralismo, la sfiducia costruttiva. E’ questa la via scelta dal Pdl per proporre la riforma per l’elezione diretta del Capo dello Stato e l’introduzione nel nostro ordinamento del semipresidenzialismo alla francese, offrendo al contempo al Pd, in cambio dell’appoggio a tale proposta, la mano tesa sulla riforma della legge elettorale, con l’apertura al doppio turno. ”I tempi ci sono” continuano a ripetere i parlamentari del Pdl. E’ vero, ma sono quanto mai stretti ed indicano inesorabilmente che il tempo da oggi alla fine di questa settimana, più precisamente giovedì 14 quando è atteso il voto finale sul provvedimento, decreterà la possibilità o meno di procedere con le riforme o porre sopra di esse una pietra tombale per questa legislatura.

Calendario alla mano i conti sono chiari: ogni modifica costituzionale, che per legge richiede un doppio passaggio parlamentare a Camera e Senato, con una pausa tra le due tornate di voti di almeno tre mesi, o viene approvata dal Senato entro la metà di giugno, dando la possibilità alla Camera di esaminare, discutere ed approvare il testo la prima volta entro luglio, oppure non ha la possibilità tecnica di concludere il suo iter prima della fine della legislatura.

Le posizioni dei partiti appaiono ancora cristallizzate. Alla proposta del Pdl, annunciata all’ultimo momento, con una modifica sostanziale in corso d’opera, addirittura in Aula, saltando così una buona parte di possibilità di sottostare a tatticismi e trabocchetti in commissione, il Pd ha risposto con una diversa strategia: approviamo subito le riforme concordate in commissione, sigliamo un accordo per affrontare il tema del semipresidenzialismo all’inizio della prossima legislatura e intanto impegniamoci e portiamo subito a casa la riforma della legge elettorale, per cui il doppio turno non rappresenta più un punto essenziale.

Su questo nodo tanto Pdl quanto Pd concordano: tre settimane possono bastare per mettere a punto una nuova legge elettorale, su cui durante lo scorso fine settimana Enrico Letta, Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini hanno avviato un nuovo, pare positivo confronto in occasione della riunione dei giovani imprenditori, a Santa Marherita ligure. Nessuna delle due parti appare però convinta dell’altra: il Pdl ha già anticipato la risposta all’eventuale riottosità del Pd sugli emendamenti in Aula. ”Chi non apre alla riforma del semipresidenzialismo desidera mantenere lo status quo, non è una forza riformatrice come noi e lo dimostrerà chiaramente a tutti” ha già spiegato il segretario Alfano.

Il Pd si vede stretto nell’angolo da una riforma che considera insidiosa, un ballon d’essai elettorale più che di sostanza, ma che appare in linea con molte sue posizioni. Non volendo prestare il fianco alle accuse già armate da Alfano, tenta di scansarle offrendo aperture a scadenza (formale impegno per discutere di presidenzialismo ad avvio della nuova legislatura) e graziosamente ricambiando la disponibilità di rivedere le proprie posizioni in tema di legge elettorale.

Entrambi gli schieramenti appaiono inoltre indeboliti da molte posizioni critiche interne. Si tratta insomma di una schermaglia politica che i cittadini sembrano non solo comprendere ma anche apprezzare assai poco perché pone a rischio anche i timidi tentativi di modificare l’impianto istituzionale oppresso dai partiti, a cui ha portato l’accordo ABC in commissione Affari costituzionali del Senato, a cui si dovrebbe aggiungere, per via ordinaria, anche una nuova legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Quanto concretamente si rischia, nonostante le assicurazioni del Pdl secondo cui, comunque vada il dibattito ed il voto sugli emendamenti sul semipresidenzialismo in Aula di Palazzo Madama, non toglierà il sostegno alle riforme concordate al Senato, è che tutto resti come ora e che si torni a votare con il vituperato Porcellum. Un’eventualità che spaventa, tanto che ieri sono scesi in campo anche alcuni accademici costituzionalisti come Alessandro Campi, Giovanni Guzzetta e Andrea Romano, con una lettera aperta al Corriere della sera con cui invocano ”un accordo virtuoso tra i riformisti di questo Paese” su presidenzialismo e doppio turno.

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