Iniziata l’asta dei nostri gioielli di famiglia

Vendesi_sliderCon il decreto varato da Monti è iniziata la seconda ondata di privatizzazioni di beni pubblici e non si sa dove finirà

 

ROMA – Chi l’avrebbe mai detto che un giorno ci saremmo trovati d’accordo con Tito Boeri, l’economista che, con Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, anima quel sito, lavoce.info, ritenuto l’avamposto italiano del pensiero liberista della scuola di Chicago.

Eppure è successo! Appena avuto per le mani il pacchetto di misure varate dal governo Monti per rilanciare il nostro sistema economico notavamo che “alla base del provvedimento non c’è nessuna vision dello sviluppo futuro, non c’è neppure un simulacro di quella ‘ideona’ che il ministro Passera invocava, ma soprattutto non c’è la volontà politica di invertire con decisione il ciclo economico recessivo”. Ora Boeri ci conforta nel giudizio con tutta la sua autorevolezza e il suo sapere. “Questi tanti piccoli interventi dovrebbero avere una loro organicità, una capacità di immaginare cosa dovrà essere l’economia italiana tra 10 o 20 anni, un segnale giusto ai mercati. Purtroppo questa visione d’insieme non si vede nei provvedimenti appena varati”.

Avevamo parlato di weltanschaung, di visione del mondo, e ci ritroviamo invece a navigare a vista, privi persino della bussola, in un tempesta pazzesca come non si vedeva da ottant’anni a questa parte. E il bilancio dell’azione di governo, a sette mesi dall’insediamento, è desolante: i nostri titoli di Stato non hanno mai pagato interessi così alti, tant’è che lo spread con le obbligazioni tedesche si riavvicina alla soglia critica di 500; il prodotto interno lordo diminuisce trimestre dopo trimestre; la disoccupazione sta per raggiungere quota 11% e quella giovanile viaggia oramai oltre il terzo della popolazione; la produzione industriale crolla e consumi e investimenti sono in rosso da quasi un anno.

Dice Susanna Camuso dal palco della manifestazione unitaria di sabato: “Quanto fatto finora non va bene. Le riforme  hanno portato solo iniquità e peggiorato le condizioni delle persone. Nel decreto per lo sviluppo non c’è la svolta che sarebbe stata necessaria”. “In sei mesi – aggiunge Raffaele Bonanni – non abbiamo mai visto una soluzione equa, non si è fatta concertazione e senza concertazione i poteri forti e le lobby hanno la meglio”.

Non occorre d’altronde aver studiato alla Bocconi per capire che l’aspirinetta somministrata l’altro giorno non  fa nemmeno il solletico alla recessione che sta affondando il Paese. Il circolo vizioso si autoalimenta, come sa anche lo studente del primo anno di economia: l’aumento della pressione fiscale e il taglio della spesa pubblica producono contrazione dei consumi e degli investimenti, che a loro volta generano calo della produzione industriale, disoccupazione e riduzione delle entrate fiscali, che a loro volta tornano ad incidere sui consumi……..in un drammatico avvitamento senza fine.

Hanno voglia però a sgolarsi illustri economisti, dirigenti di grandi aziende, sindacati: per ridare slancio al sistema in panne bisogna fare esattamente il contrario di quanto il governo Monti sta facendo, cioè aumentare la spesa pubblica, ridurre la pressione fiscale e ridare credito alle imprese. Ma niente, da quell’orecchio non ci sentono e continuano a ripetere come un mantra che la crisi è ancora in atto (ma va!) e che per uscirne dobbiamo ridurre il nostro debito pubblico e mettere in sicurezza le banche. Gli fa eco da Francoforte Mario Draghi che annuncia ufficialmente: “La Bce è pronta a garantire nuova liquidità al sistema bancario”.

Sembra assurdo ma la riduzione del debito sovrano è l’unica preoccupazione dei professori, come se fosse la panacea di tutti i mali (mentre la storia economica dell’Italia ci insegna che non lo è affatto e che se per ipotesi, con sforzi sovrumani che strozzerebbero definitivamente il Paese, riuscissimo a portarlo al 110% del Pil la nostra situazione non cambierebbe di una virgola).

Ecco allora spuntare dal cassetto di via XX Settembre il decreto sulle dismissioni di beni pubblici. Si comincia con operazioni insignificanti, come il passaggio di Fintecna, Sace e Simest dal Tesoro alla Cassa depositi e prestiti, posseduta al 100% dal Tesoro. “Tuttavia il percorso – aggiunge premuroso il Sole24Ore – è solo all’inizio. Per arrivare a privatizzazioni vere di immobili e di aziende la strada è ancora lunga”.

La meta dunque è quella? Noi non ne abbiamo mai dubitato. Ora l’incauto sottosegretario Grilli aggiunge qualche certezze (futura) in più: “Per ora non ci sono programmi per Eni, Enel e Finmeccanica. Non è detto che non possa succedere, ma ora ci stiamo concentrando su altri asset della Pa”. E’ proprio quell’avverbio “per ora”che ha un suono lugubre e minaccioso. Intanto mentre lui parla, il titolo Finmeccanica viene sospeso per eccesso di rialzo, con volumi di acquisti cinque volte superiori al normale, dopo che il miliardario americano Warren Buffett ha solo fatto sapere che potrebbe essere interessato a quell’azienda.

Potrebbe essere questa la contropartita dell’armistizio speculativo sull’Italia firmato da Mario Monti con le grandi banche d’investimento internazionali? Vent’anni partì la prima ondata di privatizzazioni di aziende pubbliche italiane per un valore stimato di oltre 100 mila miliardi di vecchie lire, che fruttarono alla Goldman Sachs, alla Morgan Stanley, alla Lehman Brothers, alla JP Morgan qualcosa come 1.650 miliardi di sole commissioni, oltre a belle soddisfazioni per le “locuste”, gli hedge fund, che si assicurarono ricche plusvalenze. La storia potrebbe ripetersi? Anche se, per il momento, è solo fantapolitica, sarà bene che da qui in avanti le istituzioni di controllo, il Parlamento, i partiti politici, i sindacati, i lavoratori vigilino con la massima attenzione sulla vendita del nostro patrimonio.

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