Riforme, settimana decisiva per Pd e Pdl

alfano-bersaniIl nodo del dibattito riguarda aspetti politici: sul tavolo della partita riforme costituzionali e legge elettorale

 

ROMA – Giornate cruciali per le riforme costituzionali: da oggi al termine della settimana sarà più chiaro quale sorte avrà l’impianto di revisione della seconda parte della nostra Carta, almeno per questa legislatura. In particolare si capirà se la montagna avrà partorito il classico topolino, rispetto alle aspettative di partenza, oppure sarà l’avvio di un lavoro articolato, anche in una visione temporale più ampia rispetto ai confini di questa legislatura.

Oggi riprende in Aula del Senato il dibattito sul ddl con il via al voto dei circa 370 emendamenti proposti al testo licenziato dalla commissione Affari costituzionali, in base ad un accordo di maggioranza comprendente il taglio del numero dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, la revisione dei poteri del governo con l’introduzione tra l’altro della sfiducia costruttiva. Tra le proposte di modifica spiccano quelle depositate dal Pdl che introducono il presidenzialismo nel nostro ordinamento.

Il nodo del dibattito travalica gli aspetti tecnici dei provvedimenti e riguarda esclusivamente gli aspetti politici: sul tavolo della partita le riforme costituzionali e la legge elettorale, due istituti diversi (in Parlamento il primo percorre le vie costituzionali, il secondo quelle delle leggi ordinarie), ma legati in una sorta di abbraccio perverso. Con una parte politica che condiziona l’altra in base all’uno o all’altro.

La partita vede al momento in atto il consolidamento esterno del vecchio asse Pdl-Lega Nord per il sostegno al presidenzialismo. I contatti tra le parti sono costanti e guardano ad un appoggio della Lega Nord all’elezione diretta del presidente della Repubblica, in base allo scambio con l’appoggio Pdl alla riforma del Senato federale, a cui il Carroccio aggiunge a buon peso anche una sforbiciata più energica al numero dei parlamentari.

La strategia politica della Lega Nord percorre vie consolidate e riassumibili con l’antico detto: ”Vedere cammello, pagare cammello”, come spiega efficacemente un senatore dalla cravatta verde. Il riferimento è al fatto che gli emendamenti della Lega Nord sul numero dei parlamentari di Camera e Senato e sul bicameralismo, precedono quelli del Pdl sul presidenzialismo. Verificare la tenuta delle intese alla prova del voto sarà molto facile per il Carroccio che deciderà in base alla consistenza dell’appoggio ricevuto.

In casa Pdl le cose non sono così facili come potrebbero apparire, perché ampie sono le fronde di coloro che non se la sentono di ribaltare, con la riproposizione della vecchia maggioranza di stampo berlusconiano, non solo il tavolo delle riforme, ma anche quello dell’attuale governo. Altri paventano che anche nella migliore delle ipotesi, col via libera al presidenzialismo a maggioranza semplice da parte di Pdl-Lega Nord, a cui si aggiungono Coesione nazionale e Fli, si aprirebbe la strada al referendum confermativo che avverrebbe nella nuova legislatura, con pesanti ripercussioni su credibilità ed autorevolezza dei nuovi vertici dello Stato appena eletti, a cominciare dal Capo dello Stato.

Alla sicumera del coordinatore Ignazio La Russa, che si dice certo dell’approvazione del presidenzialismo – pur minacciando al contempo una diaspora di senatori, laddove il gruppo non votasse compatto per il presidenzialismo -, fanno da contraltare le molte voci contrarie, che rendono necessarie continue riunioni parlamentari del Pdl per chiarire intrecci e contrapposte convenienze di una strada piuttosto che l’altra.

In questo quadro complesso va ascritta anche la riunione della scorsa notte a Palazzo Grazioli, dove Silvio Berlusconi ha convocato il vertice del partito per discutere delle principali questioni che pesano sul partito: dalla riforma del lavoro, al Cda Rai, alla giustizia, alle riforme costituzionali, appunto, passando per la vicenda Lusi. Non a caso il vice capogruppo Quagliariello continua a lasciarsi aperte tutte le porte, anche quella per cui, qualora il presidenzialismo venisse bocciato o accantonato, l’appoggio alle riforme concordate in base al patto Alfano-Bersani-Casini sarebbe confermato.

Anche in casa Pd le acque non paiono chete. Il goal del Pdl-forza riformatrice, contrapposto ai fautori dello status quo che si oppongono al presidenzialismo, cioe’ il Pd, è innegabile e difficilmente può essere smorzato con le proposte della presidente Finocchiaro di ritiro di emendamenti in vista di un futuro referendum di indirizzo, che oggi neppure esiste nel nostro ordinamento e che non appare neanche sostenuto da tutto il Partito democratico.

Sia Pdl che Pd insomma hanno qualcosa da vincere ma anche molto da perdere con queste riforme: se il presidenzialismo passa si apre una crisi politica dagli esiti incerti per il Paese, se l’elezione diretta del Capo dello Stato viene bocciata il Pd passa dalla parte del partito del no, con tutto quanto ne consegue alla prossima tornata elettorale. Il rischio poi e’ che se non passa nulla delle riforme, lo scotto che tutti i partiti avranno da pagare nei confronti dell’ opinione pubblica sarà enorme. Il tempo inoltre stringe: se si vuole portare a casa qualcosa o sarà in settimana (o qualche ora di più), o non sarà, in base ai tempi tecnici previsti dalla Costituzione, anche se il calendario dei lavori dell’Aula del Senato, impegnata nel pomeriggio col voto su Lusi, spinge il voto finale verso settimana prossima.

Al di là dei proclami dunque a tutti converrebbe, sia pure a denti stretti, percorrere la via del low profile. Una delle prospettive possibili e nient’affatto improbabile (lo ha confermato ieri in serata la stessa presidente del Pd, Rosy Bindi a Otto e mezzo) e’ che un accordo alla fine si trovi sul via libera minimo delle riforme con la semplice riduzione ”ragionevole” del numero dei parlamentari, così come proposto dalla commissione, a cui andrebbe affiancata una revisione dell’ attuale Porcellum, che permetterebbe di proporsi agli elettori con qualche carta in mano. Potrebbe aggiungersi una revisione del bicameralismo, magari con qualche ritocco in salsa federalista. Un vero e proprio topolino insomma.

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