Monti, da Bruxelles a Kiev stesso stile

Monti_a_KievDopo l’euforia di venerdì, le Borse di tutta Europa si mettono alla finestra. Vogliono capire bene che c’è di concreto nel pacchetto confezionato a Bruxelles e quale sarà l’impatto sulla speculazione. La spending review come una spada di damocle sulla recessione. Un ectoplasma allo stadio di Kiev

ROMA – C’era grande attesa stamattina per l’apertura della borsa. Dopo i fuochi di artificio di venerdì scorso, al termine del vertice di Bruxelles (quando ancora non se ne conoscevano i veri contenuti), in molti hanno pensato che il vento avesse girato e ci aspettava uno splendido avvenire.

Ovviamente non è successo nulla di tutto quanto atteso e l’indice azionario di Milano, come quello delle altre principali piazze europee, è praticamente fermo. Si sta facendo l’esegesi del documento finale del vertice e la sbandierata vittoria di Monti vs. Merkel esce fortemente ridimensionata. In attesa che l’Econfin di lunedì prossimo detti tempi, condizioni e limiti per il ricorso al fondo anti-spread (una misura sicuramente importante che potrebbe però essere svuotata dai regolamenti attuativi) si sottolinea da più parti l’insufficienza delle decisioni adottate rispetto a quelle attese.

Intanto, per non sbagliare, lo spread tra BTp e Bund tedeschi a inizio mattinata ha ricominciato a salire, sia pure di poco, portandosi a 427 punti base, con un aumento di più di tre punti rispetto a venerdì. Anche il rendimento dei nostri titoli pubblici si mantiene elevato al 5,8 per cento.

Qualche inguaribile pessimista è arrivato a paragonare il trionfo in patria di Mario Monti a quello di Mussolini dopo la conferenza di Monaco (1938) quando venne salutato, anche dalla stampa internazionale, come il salvatore della pace. E si sa che dopo nemmeno un anno scoppiava la seconda guerra mondiale. Uno dei pochi che ne aveva previsto l’esito finale fu Winston Churchill il quale disse che con quell’accordo“non si stava profilando la fine di un incubo, ma l’inizio”.

Prima dunque di lasciarsi andare a giudizi affrettati conviene attendere gli effetti reali delle misure adottate e soprattutto la loro efficacia in rapporto agli altri interventi annunciati (o minacciati) per la ripresa dello sviluppo e la stabilizzazione del settore finanziario. A questo riguardo, la tattica adottata dal governo sembra basata sulla sindrome infantile dell’“uomo nero”: se non prendi la medicina arriva l’uomo nero che ti porta via.

E infatti per preparare il terreno alla spending review tutta lacrime e sangue (ma lo scontro col sindacato si preannuncia epico) non si è puntato sulla riduzione della pressione fiscale, che forse avrebbe reso meno amari i nuovi sacrifici, ma sull’”uomo nero” dell’aumento dell’Iva al 23%, guardandosi bene tra l’altro dal valutare l’ulteriore spinta che i tagli alla spesa pubblica e agli organici daranno alla recessione in atto.

Annotazione finale a proposito di “uomo nero”. Ha suscitato un certo stupore che ieri allo stadio di Kiev, a rappresentare un popolo notoriamente conosciuto per le sue passioni, i suoi ardori, le sue esaltazioni (e i suoi innumerevoli difetti), ci fosse la statua di cera di un capo di governo impossibilitato a cantare l’inno nazionale, a mostrare emozione per qualche opportunità, ad affliggersi per la sorte avversa. Così che i sorrisi alla battute antitaliane di Platini, come riferisce qualche cronista presente, stonano con l’algido aplomb di un premier che non ci assomiglia.

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