Sulla spending review Monti si gioca il collo

Monti_Bondi_sliderIl “pacco” che Monti e Bondi (ma dove è finito Giarda?) hanno preparato agli italiani è di proporzioni devastanti

 

ROMA – Prevedere come andrà a finire in Parlamento il match di Mario Monti (e il fido scudiero Casini) contro tutti è impresa talmente ardua da sfuggire alla più brava delle chiromanti. Sulla spending review il governo si gioca tutto e, da abile giocatore di poker, punta ancora una volta l’intera posta sulla paura degli altri giocatori di perdere del tutto la loro.

La settimana scorsa era la contestatissima riforma del lavoro il lasciapassare reclamato dal premier per il vertice dei capi di Stato. La scena si ripete oggi negli stessi termini: “Lavorerò fino a domenica sera per presentarmi all’Ecofin di lunedì con un grande pacco di tagli e di risparmi che dimostreranno agli altri partner di che pasta è fatto il rigore dell’Italia”.

E in effetti il “pacco” che Monti e Bondi (ma dove è finito Giarda?) stanno preparando agli italiani è di proporzioni devastanti. Dal momento che non si sa ancora nulla di preciso sui contenuti (nonostante le riunioni plenarie, sindacati, partiti, mass media li conosceranno solo dal comunicato del Consiglio dei Ministri di venerdì), non resta che affidarsi ai si dice che trapelano da Palazzo Chigi. Ce n’è un po’ per tutti: sanità nel mirino con tagli di 18 mila posti letto, sconto sui farmaci e risparmi su beni e servizi; per i dipendenti pubblici siamo a Caporetto (quando gli ufficiali decimavano i reparti che erano fuggiti davanti al nemico) con taglio secco del 10% delle piante organiche, blocco dei concorsi dirigenziali, delle assunzioni e degli stipendi, riduzione dei permessi sindacali e dei buoni pasto, ferie obbligate a Ferragosto e Natale; con il blocco degli affitti per gli uffici pubblici e delle auto blu, c’è anche il solito ritornello della riduzione del numero delle Province.

Fermo restando che risparmi, riduzioni, recuperi di efficienza nella spesa pubblica si possono e si devono fare anche con alcune delle misure descritte, qui si parla di un’altra cosa. Con una pesante recessione in atto, confermata anche oggi dall’Istat che denuncia “l’aumento della spesa per interessi dovuto alla salita dei rendimenti sui titoli di Stato e il calo delle entrate causato dall’andamento negativo dell’economia”, la cura da cavallo che il premier vorrebbe somministrare al Paese può rivelarsi mortale.

E qui entra in gioco Bondi, al quale è stata data carta bianca per rimettere a posto quei fannulloni degli statali. Salutato come il risanatore per eccellenza di aziende in crisi, in realtà il nostro non ha mai rilanciato nulla, ma ha liquidato, anche brillantemente, gruppi o aziende che poi sono sparite dalla scena industriale. Aveva cominciato con l’agonizzante Snia Viscosa, una delle nostre più belle aziende tessili. Fece quello che tutti avrebbero fatto: salvò la parte sana delle tecnologie militari e spaziali della Bpd e buttò a mare tutto il resto, marchi, persone, reti di vendita comprese.

Quando prese in mano le “macerie” Montedison della gestione Gardini non è che salvò la chimica italiana dal fallimento o rilanciò la produzione di energia elettrica della Edison nei nuovi campi del gas e delle energie rinnovabili. Semplicemente fece a pezzi il gruppo e vendette al miglior offerente le singole parti. E di Montedison nessuno ha mai più parlato.

Anche in quello che viene considerato il suo capolavoro, la Parmalat, non è che abbia dato prova di grandi doti imprenditoriali o di lungimiranza strategica. E’ stato solo bravo (anzi lo sono stati i suoi avvocati) a fare attraverso una serie di rogatorie internazionali una brillante opera di recupero crediti e risarcimento danni. Ma non andate a cercare investimenti industriali, strategie di marketing, attacco ai nuovi mercati di esportazione. Non troverete nulla, solo un bel mucchio di soldi cash sotto il materasso su cui i francesi di Lactalis si sono buttati a pesce sfilandoli all’azienda.

Adesso è la sua apoteosi. Può cancellare con un tratto di penna strutture profondamente radicate nel territorio, può far fuori decine di migliaia di dipendenti pubblici, può cancellare diritti acquisiti e sussidi familiari, può fare la macelleria sociale che gli pare, tanto avrà sempre il consenso del “capo”.

Bondi a parte però, che resta comunque un comprimario, la vera domanda adesso è: “I sindacati proclameranno o no lo sciopero generale e la corda con cui i partiti politici hanno fin qui retto il governo si spezzerà o no?”. E ancora, fino a quando reggerà la paura del salto nel buio, che poi se vogliamo – è solo una boutade – un governo balneare di antica memoria potrebbe anche rendere meno buio?

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