Il massacro di monsieur travet

Tagli_sliderNella tagliola del governo restano intrappolati soltanto i dipendenti pubblici. Si salvano i piccoli ospedali e i tribunali minori

 

ROMA – Dopo una notte di tormenti, il Consiglio dei ministri ha varato l’atteso, e temuto, decreto sulla “revisione della spesa pubblica, ad invarianza dei servizi ai cittadini” (pensando che facesse menoimpressione, Monti ha tradotto così la manovra di spending review).

Le resistenze delle lobby e l’incongruenza di certe misure annunciate, hanno modificato sensibilmente il testo delle bozze che erano circolate alla vigilia. Non è passato innanzitutto il taglio delle strutture ospedaliere  con meno di 120 posti letto e nemmeno quelle con 80 posti; si rimanda tutto alla “coscienza” delle singole Regioni. Anche l’Università ha evitato il tracollo salvando i 200 milioni che stavano per essergli scippati, mentre a bocca asciutta restano le scuole private che si aspettavano un regalo di pari importo. Per la chiusura dei piccoli tribunali e i riordino dell’intera planimetria giudiziaria, se ne riparlerà più avanti.

Questi dunque i settori che si sono salvati dalla mannaia governativa. L’unica vera vittima dell’accanimento montiano è il pubblico impiego. Qui la scure ci è andata giù pesante e, checché ne dica il premier, “la spesa ha seguito – dice stamattina con linguaggio felpato persino il Sole 24 Ore – un approccio che in alcuni passaggi richiama la logica dei tagli lineari e non quella della revisione strutturale dei meccanismi che la alimentano”.

D’altronde come si può definire diversamente il taglio del 10% delle piante organiche ministeriali e del 20% delle aree dirigenziali, nonostante i distinguo un po’ patetici del ministro della Funzione pubblica. Agli statali in esubero si applicherà la procedura di “messa a disposizione”, con mobilità di 24 mesi e un’indennità pari all’80% dello stipendio. Seguono tagli ai canoni di locazione degli immobili di servizio, alle consulenze e alle auto blu. Ma per non farsi mancare nulla, arriva anche per i ministeri e gli enti statali il taglio (sempre lineare) delle spese di funzionamento per 1,5 miliardi di euro quest’anno e altri 3 nel 2013, che vanno ad aggiungersi agli 8 già fissati per il prossimo biennio dalla manovra estiva di Berlusconi..

Il governo, si è visto, va avanti come un treno ignorando del tutto partiti e parti sociali (“tanto poi in Parlamento si accontenteranno di qualche aggiustamento marginale e non faranno certo mancare il voto di fiducia”). Ora bisogna vedere che decideranno di fare i sindacati. Stamattina c’è una strana calma in giro, le segreterie nazionali di Cgil, Cisl e Uil, assediate dalle rispettive federazioni del pubblico impiego, si stanno febbrilmente consultando sul da farsi.

Già nei giorni precedenti avevano tuonato unitariamente che “ciò che emerge è solo il rischio concreto di abbassare, attraverso la messa in mobilità e l’eventuale licenziamento di lavoratrici e lavoratori pubblici, precari e a tempo indeterminato, i livelli di welfare, di protezione sociale e dei servizi ai cittadini.. Serve invece un confronto vero per una riorganizzazione della Pa che coinvolga i lavoratori pubblici. In assenza di questo decideremo le mobilitazioni più opportune”.

Il segretario generale della Uil, Angeletti, era stato ancora più chiaro: “Penso che sarà inevitabile lo sciopero generale anche perchè l’economia reale va sempre peggio e il numero di disoccupati aumenta. Questa politica di soli tagli non aiuta e avrebbe un senso solo se le risorse servissero a far ripartire il mercato del lavoro e a dare una spinta all’economia”.

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