Mario Monti for ever?

Squinzi_slider_bisDalla querelle tra Mario Monti e Giorgio Squinzi emergono fatti politicamente rilevanti. Una svolta nella dinamica delle parti sociali?

ROMA – La vicenda dello scontro tra Mario Monti e Giorgio Squinzi si presta a diverse chiavi di lettura. C’è innanzitutto quella dell’insolita sintonia tra il presidente degli industriali italiani e il segretario generale del più grande sindacato dei lavoratori. Il “patto tra produttori” non è una novità assoluta poiché già a cavallo degli anni 90 le parti sociali convennero su diversi punti della politica economica italiana, anche se non approdarono mai ad alcun protocollo d’intesa. Ciò nonostante la convergenza tra forze produttive sull’analisi della crisi odierna e sull’efficacia delle misure per uscirne è un fatto politicamente rilevante che non può essere liquidato con qualche rimbrotto al linguaggio politically uncorrect di Giorgio Squinzi.

Poi c’è il fatto, tutt’altro che caratteriale, della reazione umorale di Mario Monti, che assume anch’essa il significato di un messaggio politico, appena abbozzato, ma niente affatto ambiguo. Dopo aver infatti rimproverato a Squinzi che “dichiarazioni di questo tipo fanno aumentare lo spread e i tassi di interesse e incidono non solo sul debito pubblico ma anche sulle imprese” (lo spread sale da diversi giorni e oggi tocca quota 485), getta lì il sasso: lo spread non scende anche perché “nel caso dell’Italia c’è anche un po’ di incertezza su quello che succederà nella governance dell’economia o, detto altrimenti, nella politica italiana dopo le elezioni”.

Se non è l’annuncio della candidatura a succedere a se stesso nella primavera del 2013 poco ci manca. Anzi, secondo molti osservatori, la scelta in termini di disponibilità sarebbe già stata fatta e ora resterebbe soltanto da decidere quando uscire allo scoperto. L’uomo è troppo accorto per correre il rischio di una bruciatura a causa di una partenza prematura. I prossimi mesi dunque serviranno a testare l’ipotesi postelettorale di una grande coalizione con Monti ancora a Palazzo Chigi.

I fan del premier intanto cominciano a farsi sentire. Tra i più zelanti si segnala l’ex presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo che stigmatizza “dichiarazioni come quelle di Squinzi, sia nel merito che nel linguaggio, che non si addicono a un presidente di Confindustria e, sono certo, non esprimono la linea di una Confindustria civile e responsabile”. L’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, usa toni più soft ma non meno schierati nella sostanza: “Credo che Giorgio Squinzi sia stato frainteso per toni, modalità e contenuti. Sono divisioni e polemiche, che generano soltanto aumento dello spread e perdita di credibilità del nostro Paese sui mercati internazionali. Sono certo che Confindustria saprà considerare adeguatamente il buon lavoro che questo Governo sta realizzando”. Allineati e coperti sugli stessi toni manager del calibro di Francò Bernabè e Marco Trochetti Provera.

Sul piano politico, non è che le critiche espresse dai sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro in merito alla politica economica e sociale del governo incontrino molti più sostenitori. Bersani fa ponzio pilato e preferisce non entrare in queste polemiche (come se si trattasse di beghe fra comari e non di scelte fondamentali per il Paese). Fino a questo momento non si è sentito neppure il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, notoriamente schierato su posizioni analoghe a quelle del duo Camusso-Squinzi.

Per gli altri partiti non c’è incertezza. Casini è come sempre schierato senza se e senza ma a fianco di Monti. Il Pdl, concentrato sulle cose di bottega e di equilibri interni, rinnova in ogni occasione il proprio consenso alla linea del governo. Sulle barricate (e quindi, si dovrebbe dire, in un’insolita compagnia con gli industriali) restano soltanto Antonio Di Pietro, Roberto Maroni e Beppe Grillo.

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