Il decreto “Vendi Italia” è già in atto

Grilli_vittorio_sliderIl governo Monti riduce il debito mettendo all’incanto i gioielli di famiglia. Fondi e banche si comprano l’Italia

 

ROMA – Ogni giorno ormai la situazione politica ci riserva un pezzo di teatro buffo a fronte del quale il vaudeville diventa una tragedia greca. Il fine settimana poi, avaro com’è di notizie, diventa l’apoteosi dei dilettanti allo sbaraglio.

Mentre nel Pd ci si scontra accanitamente sui diritti degli omosessuali, nel Pdl, dopo l’annuncio della ricandidatura di Berlusconi, è tutto un fuggi fuggi. Chi scappa da una parte, chi chiama a raccolta gli amici dall’altra, chi fonda un nuovo partito, chi riesuma quello vecchio ma garantito.

E il governo? E’ in uno stato confusionale preoccupante. Dopo la dichiarazione dello stato di guerra “durissima”, Monti è partito per l’Idaho a incontrare i suoi vecchi amici finanzieri per convincerli ad investire in Italia (cosa che si guarderanno bene dal fare, a meno che non portiamo loro su un piatto d’argento i pochi gioielli industriali di famiglia che ci sono rimasti).

Dopo l’ubriacatura mediatica seguita al vertice dei capi di Stato di fine giugno, quando sembrava che il prode Monti, con l’aiuto di Hollande e di Rajoy, avesse messo al tappeto frau Merkel, si è andati avanti di settimana in settimana tra riunioni tecniche e vertici bancari mentre lo strumento salva-spread svaniva sullo sfondo.

Fin tanto che ieri in un’intervista alla tv pubblica tedesca, la Cancelliera di ferro, con il suo linguaggio ruvido ma schietto, ha chiarito una volta per tutte come stanno effettivamente le cose che nessuno ci aveva raccontato: “Ma chi ha mai detto che a Bruxelles io avrei abbassato la guardia e acconsentito a correre in soccorso dei paesi meno virtuosi? Le nostre condizioni per condividere le difficoltà di altri membri dell’euro sono sempre le stesse, cioè rigore nei conti pubblici e contenimento dei debiti sovrani. In altre parole, niente solidarietà senza controlli”.

Prima della doccia fredda della Merkel, alcuni nostri ministri avevano guadagnato le prime pagine dei quotidiani nazionali con interviste alla camomilla che gettavano acqua sul fuoco acceso dal downgrading di Moody’s e suggerivano ricette umoristiche come quella suggerita da Grilli che prima si rammarica perchè “non ci sono più gli asset vendibili dello Stato e degli enti pubblici come vent’anni fa” (c’avevano pensato altri prima di lui a liquidare il patrimonio pubblico) e poi afferma che l’unica strada praticabile per uscire dalla crisi “è quella di garantire vendite di beni pubblici per 15-20 miliardi l’anno, pari all’1% del pil”.

Non si capisce mai se questo burloni di ministri scherzano o fanno sul serio. La cosa comunque che spaventa davvero è che in due paginate di intervista il ministro dell’Economia non dice una parola sulla disoccupazione che continua ad aumentare oltre il 10% (per i giovani ha già superato il 30), sul prodotto interno lordo che quest’anno calerà del 2,4%, sui consumi dimezzati, sugli investimenti evaporati. Uno dice, ma almeno dopo la cura Monti lo spread dei nostri titoli di Stato con quelli tedeschi è rientrato nei limiti fisiologici? Nemmeno per sogno: è poco al di sotto di soglia 500 che, come si sa, viene considerata “quota a rischio default”.

In suo aiuto accorre il ministro per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca, l’enfant gaté del Gabinetto Monti, con un’altra intervista memorabile. Tranquilli, non c’è da preoccuparsi per le agenzie di rating: quei mille investitori che determinano l’andamento dei mercati si fanno influenzare “dai salotti”, ma non sono persone “di grande finezza”. Meno male, perché a noi era sembrato che quegli zoticoni ci stessero facendo un mazzo grande così. D’altronde, aggiunge Barca a scanso di equivoci, a noi spetta solo di “ricostruire le condizioni di stabilità…..non dobbiamo disegnare una visione di lungo periodo, questo spetta solo all’esecutivo che emergerà dal confronto elettorale”.

Ecco, questo è il punto. Con qualche mese di anticipo il governo Monti è giunto al traguardo finale: il decreto “Vendi Italia”. Dopo aver precipitato il Paese in una recessione senza fondo, adesso l’unica parola d’ordine è ridurre lo stock del debito pubblico e per raggiungere l’obiettivo non c’è che mettere all’incanto l’Italia. Caserme, uffici, aree demaniali, aziende municipali e poi i bocconi prelibati di Rai, Poste, Ferrovie dello Stato, Enel, Eni, Finmeccanica.

Lo zelante Grilli, prima ancora di discutere il decreto con i partner politici, ha già cominciato a prendere contatti con l’emiro del Qatar, con i fondi di investimento americani, con i vecchi amici di Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Stanley. Saranno loro a salvare l’Italia, magari prendendone in pegno la parte più bella e redditizia.

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