Legge elettorale, il Senato prova a fare passi avanti

senato-sliderAnche le riforme costituzionali al centro del confronto. Le posizioni vicine di Pdl, Lega e Udc e il Pd sempre più isolato

ROMA – Si avvia con oggi una settimana forse non cruciale ma sicuramente indicativa per la riforma della legge elettorale. Teatro del confronto il Senato, dove si giocano due partite essenziali in tal senso: quella del comitato ristretto voluto dal presidente Schifani per dare pronta risposta agli appelli del Capo dello Stato, il cui compito è quello di trovare le convergenze dei partiti e possibilmente un testo base che le riassuma; e quella delle riforme costituzionali, strettamente connessa alla prima, che da martedì tornano in Aula per trovare conclusione entro giovedì 19.

L’assemblea, dopo aver dato il via libera al taglio dei parlamentari e al Senato federale dovrà decidere sul semipresidenzialismo. La situazione appare ancora confusa, quasi magmatica anche a causa delle dinamiche interne ai partiti, ma quello che si tenterà di realizzare a Palazzo Madama sarà un passo avanti sulla strada della chiarezza, sganciando, così come sollecitato dal Presidente della Repubblica, il dibattito dalle contrattazioni tra i partiti per portarlo nella sua sede istituzionale e più trasparente del Parlamento.

Oggi a Milano la Lega Nord riunisce per la prima volta il vertice del partito nel dopo-Bossi per la prima segretaria a guida Maroni. Molti i temi sul tavolo e tra questi spicca anche quello della legge elettorale. Il Carroccio dovrà dare indicazione su quale sia il sistema su cui concentra il proprio gradimento. E questo aspetto non è slegato dai rapporti che il nuovo Carroccio intenderà tessere con il Pdl.

Di certo quanto si sta profilando sul fronte della legge elettorale è una nuova convergenza di Pdl, Udc con parte della Lega Nord, quella vicina a Berlusconi, sulle preferenze, con un sistema proporzionale con uno sbarramento alzato al 6% e un premio di maggioranza contenuto, non superiore al 10%. Una convergenza che mette in crisi la posizione del Pd, a dispetto di quanto ancora sabato scorso il segretario Bersani ha ribadito in occasione dell’assemblea nazionale, e cioè un no secco alle preferenze, foriere di brogli e voti di scambio e conferma della sua posizione (il Pd è l’unico partito che abbia formulato una proposta di legge come tale e non come proposta di singoli esponenti) per i collegi uninominali con premio di maggioranza abbastanza alto, intorno al 15%, meglio se a doppio turno. Una posizione non condivisa dall’ala degli ex popolari. Sabato già lo stesso vicesegretario Enrico Letta aveva espresso in assemblea le proprie perplessità sul perché le preferenze vadano bene per i comuni e l’europarlamento, mentre diventano foriere di disastri per le Camere , e ieri anche il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, non ha esitato a dichiararsi nettamente a favore alle preferenze.

Sullo sfondo pesa di certo la posizione dell’Udc, che se da un lato per voce del suo leader, Pierferdinando Casini, parla di una nuova area di moderati-progressisti, dall’altro ora si trova in sintonia, almeno per quanto concerne la legge elettorale, con la posizione del centrodestra. Anche qui, specie dopo la decisione non ancora ufficializzata del ritorno in campo di Berlusconi, le acque non sono tranquille, mosse dai moderati guidati da Pisanu da un lato e dagli ex colonnelli di An dall’altro. Anche se non ci sono dubbi che sulla legge elettorale prevalga la compattezza intorno alla scelte fatte. Dal canto suo il segretario Alfano ha ribadito ancora ieri che sul fronte delle riforme procederà come deciso: il popolo deve scegliere, quindi avanti con le preferenze e avanti anche con il semipresidenzialismo.

Martedì in Aula del Senato si riproporrà quindi quasi certamente il sodalizio Pdl-Lega Nord verso l’approvazione del semipresidenzialismo, salvo poi quest’ultimo passare all’esame della Camera dove i numeri sono sfavorevoli ad esso. L’ipotesi più accreditata è che a Montecitorio verrà proposto e approvato lo stralcio dalle riforme costituzionali della parte relativa alla riduzione del numero dei parlamentari. Da qui si tornerà in settembre a ragionare con maggiore concretezza anche sulla legge elettorale.

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