Il governo studia accorpamento festività

consiglio_ministriGià domani probabile esame in Consiglio dei ministri. Secondo Ocse ed Eurostat gli italiani lavorano come giapponesi

 

ROMA – Lavorare di più, rinunciando a ferie e festività, è una delle soluzioni per uscire dalla crisi. E’ convinto di ciò il governo guidato da Mario Monti, che dopo l’annuncio-choc del sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo, che nelle scorse settimane proponeva agli italiani di rinunciare ad una settimana di ferie per aumentare la produttività, oggi individua nelle troppe festività (civili in particolare) uno dei freni alla crescita del Paese.

Per questo dossier il governo ha costituito una task force di tecnici ministeriali (Lavoro, Tesoro, Funzione pubblica e Sviluppo) con l’incarico di studiare i possibili risparmi che deriverebbero dall’accorpamento di alcune di queste festività. Uno studio che potrebbe arrivare per un esame preliminare già al Consiglio dei ministri di domani ma che sta già creando malumori sia nel mondo politico che del lavoro.

Fra i sostenitori di quest’ultima tesi troviamo invece sempre il sottosegretario Polillo, che nei giorni scorsi sollecitava a ”prendere di petto” la questione. Il sottosegretario si era detto ”contento” che l’argomento venisse ”messo all’ordine del giorno dell’agenda politica. Sulle soluzioni poi si vedrà, se ne occuperà il Consiglio dei ministri. Bisognerà discutere, ad esempio ci sono i rapporti con la Chiesa da tener presente, viste le festività religiose che verrebbero toccate”.

Le prime ipotesi allo studio prevedono infatti che ad essere prese in considerazione sarebbero solo le feste civili. In particolare potrebbero essere accorpate ad un sabato o ad una domenica le feste patronali. Sempre Polillo spiegava ancora che oggi ”il tempo-lavoro in Italia è troppo basso rispetto agli standard internazionali”, portando ad esempio il contratto dei metalmeccanici che ”di fatto prevede che si lavori solo 9 mesi all’anno: per i lavoratori anziani – esemplificava il sottosegretario – ci sono 5 settimane di ferie, più 15 permessi (cioè altre 3 settimane) e 12 festività civili e religiose (altre 2 settimane e mezzo). Se a queste aggiungiamo una media di 10 giorni tra scioperi, malattie, assenteismi arriviamo ai 9 mesi di cui dicevo”.
I dati Istat del resto ”confermano questo calcolo, così come i brogliacci che mi sono stati a suo tempo consegnati da un grandissimo gruppo metalmeccanico italiano”. Per Polillo ”reperire risorse per investimenti è decisivo, gli investimenti delle imprese quest’anno sono il 10% in meno del 2007 e per il Mol siamo tornati ai livelli del 1995. Aumentare il margine operativo lordo significa anche accentuare la concorrenzialità con le importazioni”.

Una impostazione, quella del governo italiano, che sembra però non in linea con i dati che forniscono in materia Ocse ed Eurostat. Secondo questi istituti il livello di ore-lavoro in Italia è già a livelli elevatissimi, alla pari con quelli di Paesi che comunemente vengono indicati come esempio di buon lavoro: gli Stati Uniti e il Giappone. Millesettecentosettantotto è la media delle ore lavorate all’anno per un italiano. Millesettecentosettantatre quelle di un giapponese e millesettecentosettantotto quelle di uno statunitense. Di contro, 1419 le ore lavorate di un tedesco, 1554 quelle di un francese.

Diverso il discorso sulla produttività per ora lavorata. Nel 2010, questo indice nei Paesi dell’area Euro era pari a 112,37. L’Italia raggiungeva il 102, con la Francia a 129,8, la Germania a 123,9 e la Spagna a 107,7. Sempre la produttività per ora lavorata è cresciuta nel 2011 dello 0,2% in Italia, dell’1,7 in Spagna, dell’1,4 in Germania. Ecco che allora emerge il problema. Per anni abbiamo assistito ad esercizi di retorica secondo i quali i problemi del nostro Paese erano la eccessiva numerosità e frammentazione delle feste infrasettimanali (le famose festività soppresse), il numero di ore lavorate eccessivamente basso. Ora scopriamo che ci siamo mossi in controtendenza e che abbiamo privilegiato gli aspetti quantitativi su quelli di qualità. Appare quantomeno singolare quindi che – in questo passaggio almeno – l’azione del governo si muova nella direzione di un aumento della quantità di ore lavorate.

Gli italiani, come emerge dai dati Ocse e Eurostat, già lavorano molto. La questione allora è relativa alla qualità del lavoro e il tema passa, evidentemente, per la riorganizzazione dei processi economici, per il recupero di efficienza del sistema dei servizi offerto dalla macchina pubblica. Con la necessaria adozione di interventi di riforma in quelle aree ritenute strategiche per la coesione sociale, dal welfare al fisco. Il governo guidato da Mario Monti, nato per gestire l’emergenza dettata dalla crisi economica e finanziaria, si sta muovendo su questo piano.

Il punto principale su cui il paese deve poggiarsi per uscire dalla crisi, ripete spesso il premier, è il rilancio della crescita. Un rilancio che certo passa, ma non solo, per la richiesta di un maggiore impegno nel lavoro. Gli italiani lavorano già come giapponesi. Occorre quindi una riflessione, i campi di intervento sono forse altri.

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