Conflitto di attribuzioni ai vertici dello Stato

Giorgio_Napolitano_sliderL’intercettazione indiretta della Procura di Palermo e il decreto Napolitano. Il parere del professore Chiola

 

ROMA – Di fronte ad un conflitto come quello sollevato dal Presidente Napolitano in merito alle prerogative della Presidenza della Repubblica, l’accademia giuridica si è divisa tra i sostenitori del Quirinale e quelli della Procura di Palermo (come avviene sempre in Italia, non solo tra i giuristi). Al cronista non compete certo un giudizio di merito sulla disputa, ma tutt’al più la valutazione quali-quantitativa delle due squadre che si fronteggiano.

Al di là tuttavia delle dispute dottrinarie, proviamo ad entrare nel vivo della questione sollevata dal decreto Napolitano. Dice il Presidente: “L’art.90 della Costituzione e l’art. 7 della legge n.219/89 stabiliscono che, salvi i casi di alto tradimento e attentato alla Costituzione, le intercettazioni cui partecipa il Presidente della Repubblica, ancorchè indirette o occasionali, sono da considerarsi assolutamente vietate e non possono quindi essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte e di esse il pubblico ministero deve immediatamente chiedere al giudice la distruzione”.

Ribatte la Procura della Repubblica di Palermo: “Abbiamo ascoltato le conversazioni, le abbiamo preliminarmente valutate sotto il profilo della rilevanza e intendiamo mantenerle agli atti del procedimento per essere sottoposte ai difensori delle parti e successivamente all’esame del giudice ai fini della loro acquisizione ove non manifestamente irrilevanti”.

Trattandosi di un’intercettazione casuale e indiretta, senza che nei confronti del Presidente si ipotizzi alcuna fattispecie di reato, la tesi della Procura sembrerebbe non fare una grinza. Dove sta (ammesso che ci sia) la zona grigia della normativa che mette in dubbio la legittimità della condotta dei magistrati palermitani?

Risponde il procuratore di Palermo, Francesco Messineo: “Non esiste una norma che consenta al pm di distruggere direttamente intercettazioni dirette o indirette senza passare attraverso la procedura innanzi al gip….Non c’è una norma che autorizzi a farlo e se lo facessi commetterei un illecito nel senso opposto”.

Ma allora chi ha ragione? In attesa dell’interpretazione autentica della Corte Costituzionale, abbiamo chiesto al prof. Claudio Chiola, emerito di istituzioni di diritto pubblico all’Università La Sapienza di Roma, di chiarirci i termini essenziali del conflitto di attribuzioni sollevato dal Presidente Napolitano.

“L’atteggiamento improntato all’egualitarismo populista, favorito dalla sentenza della Corte costituzionale n. 24/2004 con la quale è stato annullato il c.d. lodo Schifani, riesce a travolgere qualsiasi garanzia faticosamente apprestata per il Presidente della Repubblica.

“L’esistenza di tali garanzie è però incerta perché il testo costituzionale si preoccupa esclusivamente dei reati tipicamente presidenziali di cui all’art. 90 Cost., peraltro anch’essi oggetto della disciplina dell’art. 7 della l. 219/89, mentre rimane in silenzio sui reati comuni. Assumendo la supremazia della funzione giudiziaria nei confronti di questi ultimi dovrebbe sostenersi che anche il Presidente della Repubblica è assoggettato al regime previsto per tutti i cittadini.

“Inoltre, per il Presidente l’immunità dalle intercettazioni (come, ad esempio, è prevista per i deputati) non è prevista e l’affidamento al Comitato interparlamentare per le accuse (art. 12 l. Cost. 11.3.53, n. 1) richiamato dall’art. 7 della l. 219/89, probabilmente, riguarda soltanto le intercettazioni dirette e, comunque, quelle relative a reati tipicamente presidenziali.
“Affermare la piena assoggettabilità del Presidente della Repubblica al potere del giudice cui spetterebbe decidere sulla rilevanza-riservatezza della comunicazione intercettata (artt. 268 e 269 c.p.p.), anche se autorizzata dal dettato costituzionale, mi sembra però eccessiva.

“Le lacune della Carta costituzionale nella disciplina dei rapporti tra organi costituzionali possono essere dettate dall’esigenza di mantenere spazi liberi all’immissione di convenzioni costituzionali e anche di consuetudini cui affidare il concreto assetto tra i poteri. Tali consuetudini costituzionali che in sede di conflitto di attribuzione vengono ritenute parametro idoneo alla risoluzione del conflitto stesso, potrebbero aver costruito intorno alla figura e al ruolo del Presidente una barriera protettiva nei confronti degli altri poteri”.

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