Pressione fiscale al 55%, primato mondiale italiano

Befera_Equitalia_sliderSecondo uno studio della Confcommercio. Molti contribuenti superano addirittura il 70%, secondo Attilio Befera

ROMA – E’ straordinaria l’enfasi con cui si accolgono periodicamente i dati e le notizie sulla pressione fiscale nel nostro Paese. Straordinaria perché sono cose note e arcinote, che oltretutto ogni cittadino conosce per averle provate sulla propria pelle, ma ogni volta suscitano (apparentemente) sorpresa e orrore.

Anche ieri, quando il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, nel suo intervento di apertura del convegno “Liberare l’economia: meno tasse più crescita”, svoltosi a Roma presso la sede nazionale della Confederazione, confermava il record di pressione fiscale effettiva con un pazzesco 55 per cento, politici, commentatori, media, hanno rilasciato dichiarazioni e invaso le prime pagine dei giornali con commenti indignati e sbalorditi.

Quando poi il direttore di Equitalia, Attilio Befera, presente al convegno, ha ammesso con invidiabile candore che molti contribuenti di fatto superano l’asticella del 70 per cento di pressione fiscale, il coro di “oooh” e di indignazione si è fatto assordante.

Pressione_fiscale

Come si vede dalla tabella allegata, all’Italia spetta oramai il non invidiabile primato dell’accanimento fiscale, con tutto ciò che comporta in termini di consumi all’interno e di attrazione degli investimenti dall’estero. E mentre venivano resi noti questi dati da brivido, il governo spingeva ed otteneva l’approvazione del fiscal compact, che significa il rientro del debito pubblico nel limite del 60 per cento del Pil in vent’anno, qualcosa come 50 miliardi ogni 12 mesi.

Ecco perché – dice Sangalli – per battere la recessione e riprendere a crescere “non possiamo permetterci né l’avventurismo di riduzioni di pressione fiscale in deficit o comunque senza solide coperture strutturali, né la disobbedienza fiscale”. Non ci sono dunque scorciatoie: bisogna diminuire le aliquote legali di prelievo fiscale attraverso meno e migliore spesa pubblica da una parte, e meno evasione ed elusione dall’altra, per “liberare” l’economia e sostenere la crescita.

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