Quando la nave affonda i topi scappano

Titanic_sliderSi moltiplicano le previsioni sulla exit strategy dei paesi deboli dell’euro. “E se fosse la Germania ad uscire?”

 

ROMA – La regola marinara non è stata mai smentita. Quando la nave comincia ad affondare, i topi della sentina lasciano la nave e cercano riparo nelle scialuppe di salvataggio o su qualche relitto.

Siamo a questo punto con l’euro? No, non è stato dato ancora il comando dell’”abbandono nave”, ma gli stati membri (i topi, appunto) sono in allarme e non vogliono farsi trovare impreparati se dovesse accadere il peggio. Nel giro di pochi giorni infatti hanno preso corpo le ipotesi che all’inizio sembravano più stravaganti, ma che si sono fatte via via più consistenti sia per la credibilità delle analisi, sia per l’autorevolezza degli autori.

Per cominciare, sull’uscita della Grecia dall’euro persino i bookmakers inglesi non accettano più scommesse. Prima ancora di conoscere il verdetto dell’ispezione in corso ad Atene da parte della troika (Fmi-Ue-Bce), Citigroup, la più grande azienda di servizi finanziari del mondo, sostiene che c’è una probabilità del 90 per cento che la Grecia lasci l’euro nei prossimi 12 o 18 mesi, nonostante gli sforzi del nuovo governo e gli impegni presi (e non mantenuti). In una nota, Citigroup si è spinta a prevedere che, come data del tutto indicativa, l’uscita potrebbe avvenire il 1° gennaio 2013.

Ma questa è cosa nota anche al più sprovveduto dei trader finanziari. Ci si comincia invece ad interrogare con una certa serietà su ipotesi fino a ieri addirittura impronunciabili. Se però è un premio Nobel come Paul Krugman a porsi l’interrogativo “E se fosse la Germania a uscire dall’euro?”, beh allora le cose cambiano. Tant’è che l’autorevole Ifo (Information and Forschung), l’istituto tedesco che analizza ogni mese l’indice di fiducia dell’industria e del commercio, ha fatto un calcolo cinico. Il default della Grecia costerebbe alla Germania 82 miliardi, se avvenisse fuori dall’euro. Ma se il crac si verificasse sotto l’ombrello dell’unione monetaria, allora il costo sarebbe di 89 miliardi. La conclusione è: prima si butta fuori Atene, meglio è. La prospettiva potrebbe solleticare molti imprenditori e finanzieri tedeschi che con un marco super rivalutato potrebbero comprare a prezzi di saldo gran parte delle aziende non solo italiane, ma di mezza Europa.

A raffreddare però gli entusiasmi ci ha pensato l’autorevole Ubs che ha stimato i costi elevatissimi che i tedeschi pagherebbero per una «secessione» dall’euro. “Per un paese forte come la Germania, scrive Ubs, con l’uscita dalla moneta unica si verificherebbe un apprezzamento del neo-marco del 40%. Le aziende tedesche che commerciano con il resto dell’eurozona e che fossero indebitate con le banche tedesche, rischierebbero fallimenti a catena e gli stessi istituti di credito potrebbero subire perdite rilevanti. E la forza del neo-marco farebbe crollare l’export del 20% (quasi il 40% delle esportazioni tedesche sono verso il resto dell’eurozona).

Ma la notizia più sorprendente viene da uno studio di Bank of America Merryll Lynch sulle prospettive di tenuta dell’area euro, di cui ha dato notizia Michele Arnese sulla Gazzetta Economica. I due analisti americani David Woo and Athanasios Vamvakidis concludono la loro analisi sostenendo che, contrariamente all’opinione dominante, l’Italia avrebbe dei notevoli benefici se giocasse in contropiede e, anziché accodarsi alle pesanti e crescenti richieste avanzate dalla Germania, uscisse dalla zona euro.

Siccome le parole in casi come questi pesano come macigni, per non alterarne il significato preferiamo pubblicare in lingua originale il dispositivo della ricerca BofA Merryll Lynch: “Italy, the euro area’s third-largest economy, would enjoy a higher chance of achieving an orderly exit than others and would stand to benefit from improvements in competitiveness, economic growth and balance sheets”.

Ognuno ovviamente è libero di pensarla come gli pare. Ma al punto critico in cui siamo e con le prospettive oscure che ci attendono, forse è il caso di non buttare via niente. Dal momento che anche Repubblica, uno dei più strenui sostenitori della politica “montiana”, riconosce stamattina che “di troppa austerity si può morire”, chissà che a qualcuno possa venire in mente di approfondire anche questa “stravagante” ipotesi.

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