L’assalto del governo al fortino della cultura

auditorium-sliderIl decreto sulla spending review mette a rischio l’intero sistema delle aziende culturali. L’indagine di Federculture

 

ROMA – Il decreto di revisione della spesa pubblica in discussione al Senato, con alcune norme indiscriminate, potrebbe far fare un balzo indietro di venti anni alla gestione della cultura nel nostro Paese, azzerandone completamente il processo con il quale alle vecchie gestioni pubbliche sono state sostituiti modelli autonomi orientati ai risultati. Questo l’allarme lanciato da Federculture in rappresentanza dei soggetti che gestiscono i servizi culturali pubblici, la cui sopravvivenza è messa a rischio dai provvedimenti contenuti nella “spending review”.

L’intero sistema delle aziende culturali è a rischio. Esperienze positive che, attraverso il miglioramento dell’offerta di musei, teatri, biblioteche, aree archeologiche e attività di spettacolo, hanno accompagnato lo sviluppo delle città italiane, creato una rete più moderna di servizi al cittadino, incoraggiato gli investimenti dei privati e contribuito ad avvicinare crescenti fasce di pubblico. Una dinamica di forte progresso che si riscontra anche nella fruizione culturale. Tra il 1993 e oggi gli italiani che vanno a teatro sono aumentati del 51%, quelli che frequentano i musei e le mostre del 31% e coloro che assistono ai concerti classici del 38%. Su questi temi la Federazione ha da subito attivato un tavolo tecnico che ha elaborato una serie di emendamenti presentati al Senato da rappresentanti di tutti i partiti e finalizzati a modificare le norme più gravi.

Federculture

Il decreto prevede, infatti, lo scioglimento o l’alienazione di tutte le società strumentali partecipate da pubbliche amministrazioni e contestualmente fa divieto agli enti quali associazioni e fondazioni che prestano servizi alla p.a. di ricevere contributi a carico delle finanze pubbliche (art. 4). Prescrizioni che colpiscono indiscriminatamente tutto il sistema delle realtà aziendali e associative, comprese le piccole realtà, cooperative o associazioni, che non potranno più ricevere finanziamenti per attività di servizi strumentali pubblici (ad esempio un concerto di Natale promosso da una Regione, ecc.)

Ma non basta. All’articolo 9 la “spending review” prevede, da parte delle amministrazioni locali (Comuni e Province) e delle Regioni, non solo la soppressione o l’accorpamento, ma anche il divieto ad istituire enti di qualsiasi natura giuridica che svolgono funzioni fondamentali o amministrative previste dagli artt. 117 e118 della Costituzione.

Una serie di norme che apriranno sostanzialmente due strade: o il rientro nell’alveo della pubblica amministrazione (con quali mezzi?) di tutti i servizi fin qui svolti dalle società e gli enti in questione, oppure il ricorso per la gestione dei servizi a procedure di gara immaginando che sia possibile ricondurre il settore a logiche di puro mercato.

Nel mezzo c’è la strada percorsa in questi anni dalle gestioni autonome che sono state in grado di far convivere pubblico e privato, integrando i compiti tradizionalmente svolti dal settore pubblico con strumenti e risorse provenienti dal mondo delle imprese private. Realtà che sono già state penalizzate dalle forti riduzioni dell’intervento pubblico nel settore culturale (Stato, Regioni, Enti Locali), negli ultimi anni diminuito di circa il 15%.

Nonostante questo scenario quello delle aziende culturali è un sistema sano ed efficace. Lo dimostrano anche i dati dell’indagine condotta da Federculture tra le più rappresentative di queste realtà, per il periodo 2008/2011, che evidenziano, tra l’altro, una crescente capacità di generare entrare proprie e un incremento della quota di autofinanziamento che è passata da un’incidenza media, peraltro già alta, del 47,8% del 2008 al 64,7% del 2011.

Negli stessi anni, quelli in cui è iniziata la gravissima crisi economica che stiamo ancora attraversando, nelle aziende culturali si osserva come il personale dipendente abbia registrato un incremento del 9,5%, mentre i collaboratori siano aumentati del 14,2%.

«Il settore culturale è una parte vitale della società e dell’economia, fondamentale anche per la nostra competitività, – dichiara Roberto Grossi, Presidente di Federculture – che non può fare a meno di un forte intervento pubblico. Se vogliamo creare le condizioni perché il settore cresca ancora e funzioni è necessario pretendere una responsabilizzazione della gestione, anche attraverso una revisione della sua governance, riducendo gli sprechi e le inefficienze, ma non colpendo indiscriminatamente anche le realtà positive che funzionano.”

Anche Albino Ruberti, amministratore delegato di Zetema Progetto Cultura è convinto che “il provvedimento è un colpo mortale alle tante esperienze positive di gestione di sistemi museali e spazi culturali a cui hanno dato vita gli Enti Locali e che hanno consentito  una crescita qualitativa e quantitativa dei servizi raggiungendo standard elevati comparabili con le migliori esperienze internazionali. Basti pensare all’Auditorium di Roma, alle Scuderie del Quirinale, al Palazzo delle Esposizioni e alla gestione dei Musei Civici di Roma. Negli anni queste soluzioni organizzative quali Fondazioni, Aziende Speciali e società in house hanno consentito una costante crescita dei visitatori e della capacità di autofinanziamento”.

Potrebbero interessarti anche