L’orchestrina Monti continua a suonare, mentre l’Italia affonda

Titanic_sliderLa lista delle aziende in crisi si allunga ogni giorno. Anche le multinazionali scappano. Il governo volta la testa dall’altra parte e appronta pannicelli caldi

 

ROMA – Aprire il giornale la mattina, ascoltare i tg della sera, navigare in internet è diventata oramai una vera pena. Non si fa che sentire di aziende che chiudono, di altre che lasciano il nostro Paese, di altre ancora che si ristrutturano, tagliano i costi e denunciano gli esuberi.

Così il numero dei disoccupati cresce ogni giorno e, secondo i dati dell’Istat, il tasso di disoccupazione a giugno è stato del 10,8%, in rialzo di 0,3 punti percentuali su maggio e di 2,7 punti su base annua. Quindi le persone senza lavoro sono quasi 3 milioni, un record storico, il livello più alto da dieci anni a questa parte. Per i giovani poi la situazione è drammaticamente peggiore: più di uno su tre, esattamente il 34,5% nella fascia d’età dai 15 ai 24 anni non trova lavoro.

Aziende_in_crisi

D’altronde la lista delle aziende in crisi, gestita velleitariamente dal ministero dello Sviluppo economico (sembra un ossimoro!) e già lunghissima e si ingrossa ogni giorno. Questo piccolo giornale tenta di darne un resoconto sistematico, ma fa fatica a tenere il passo. Ripubblichiamo infatti anche oggi il quadro riassuntivo della contabilità ministeriale, ma già siamo superati da avvenimenti che non compaiono ancora in quel tragico elenco.

Lunedì prossimo l’Alcoa spegne le prime celle dello stabilimento di Portovesme, mentre a Roma il povero sottosegretario De Vincenti, una specie di “monatto” a cui il governo ha affidato l’ingrato compito di contare i morti e i moribondi, dichiara che “ci sono difficoltà evidenti per trovare un acquirente perchè, nonostante i forti sconti dello Stato sull’energia, l’azienda è in perdita da anni” (o almeno così dichiara). Sempre in Sardegna, 120 minatori sono asserragliati a 370 metri di profondità, con 300 chili di esplosivo, per protestare insieme agli altri 350 colleghi contro la chiusura della miniera della Carbosulcis. Le lacrimevoli rievocazioni storiche lette in questi giorni sul duro lavoro della miniera, espresse anche dal Presidente della Repubblica, non hanno avvicinato di un millimetro la soluzione del problema.

Continuiamo con la fuga delle multinazionali dall’Italia? C’è solo l’imbarazzo della scelta. I francesi della Parmalat, a cui abbiamo regalato un’azienda con un miliardo di euro in cassa (che ovviamente si sono affrettati a prelevare), chiudono tre stabilimenti in Italia e mettono fuori 120 lavoratori. I giapponesi della Honda ci vanno più leggeri e varano un piano di incentivazioni per “sfrondare” i 277 esuberi dello stabilimento di Atessa (Chieti). Sono invece 445 i lavoratori prossimi al licenziamento da parte della Nokia Siemens nei quattro impianti di tlc italiani (si sta tentando di scongiurarli con la chimera delle commesse della futura Agenda digitale). Gli indiani della Videocon di Frosinone hanno fatto già da tempo fagotto, lasciando sul lastrico 1350 dipendenti, mentre le “big farm”, le multinazionali dell’industria farmaceutica, dopo aver goduto di tutti i possibili contributi per la ricerca e l’innovazione tecnologica, hanno già lasciato l’Italia, o stanno per farlo.

A Grugliasco, in Piemonte, gli oltre 1000 dipendenti della ex azienda De Tomaso tirano un effimero respiro di sollievo perché è arrivato il decreto di cassa integrazione per un anno, “che lascia sul piatto tutte le incognite sul futuro dello stabilimento e degli addetti” (sono parole del “Sole 24 Ore”). Almaviva Contact ha avuto la cortesia di annunciare in anticipo l’avvio delle procedure di cassa integrazione straordinaria per 632 dipendenti dei call center di Roma. Le maggiori banche italiane hanno completato i loro drastici piani di riduzione dei costi e stanno per annunciare (alcune, a partire dal Monte dei Paschi di Siena, hanno già cominciato a farlo) esuberi per decine di migliaia di dipendenti. E come ciliegina sulla torta (avvelenata), il ministro della Funzione pubblica, Patroni Griffi – non si capisce se per captare la benevolenza del capo o per mera insensatezza – annuncia trionfalmente che la spending review applicata alla pubblica amministrazione produrrà almeno 26.000 esodi.

Sono gli effetti perversi della recessione che si avvita su se stessa. Né più né meno di quello che c’era da aspettarsi dalla politica di austerity estrema applicata dal governo. Così, mentre il prodotto interno lordo accelera la sua discesa, i consumi e gli investimenti tornano ai livelli degli anni 80 e le famiglie e le imprese sono stritolate dalle imposte più alte d’Europa e dal credit crunch, Monti e i suoi ministri si trastullano alternando vuote dichiarazioni sulla prossima fine del tunnel a severi richiami sui sacrifici ancora da sopportare e sulla irrinunciabile, pregiudiziale riduzione del debito pubblico.

Della tragedia della disoccupazione nemmeno una parola. Non è un problema che riguarda l’esecutivo. Eppure, come dice il premio Nobel Paul Krugman, “se avete un amico che è rimasto intrappolato nella disoccupazione prolungata, sapete che, anche se non è alla disperazione dal punto di vista finanziario, il colpo sferrato alla sua dignità e alla sua autostima potrà essere devastante”. L’incoscienza con cui il governo sta gestendo la situazione economica e soprattutto quella sociale comincia a produrre sinistri scricchiolii nella tenuta generale del Paese, nella totale indifferenza dei partiti politici e nella sottovalutazione delle rappresentanze sociali.

Potrebbero interessarti anche