I bastoni fra le ruote del piano nomadi

Campi_nomadi_sliderDopo il Tribunale, anche il Tar blocca un provvedimento di sgombero. Belviso: ‘Interessi economici opachi’


ROMA – Niente da fare. Dopo il Tribunale di Roma, che all’inizio di agosto aveva bloccato il trasferimento del campo rom della Barbuta a Ciampino, questa volta è il Tar a sospendere lo sgombero del campo di Tor de’ Cenci disposto dal Comune di Roma, su precisa sollecitazione della Asl, per “precarie condizioni igienico-sanitarie dell’insediamento”. La motivazione della sospensiva disposta dal Tribunale amministrativo del Lazio appare quanto meno bizzarra: dal momento che nel campo non esistono le condizioni minime per una convivenza umana e civile, l’amministrazione è tenuta ad assicurarle non in un luogo appositamente attrezzato, ma in loco.

Non basta cioè aver approntato un nuovo insediamento con tutti i requisiti di igiene, sicurezza ed abitabilità dove trasferire i nomadi in moduli abitativi più che dignitosi. Il giudice amministrativo, prima ancora di entrare nel merito del problema (l’udienza è fissata per il 26 settembre prossimo), stabilisce d’imperio che “l’amministrazione ha il dovere di adottare tutte le misure idonee a ripristinare, almeno temporaneamente, adeguate condizioni igienico-sanitarie nel campo e nelle aree circostanti”.

Al di là delle ragioni che hanno dettato la decisione dell’amministrazione e le motivazioni dell’istanza cautelare delle famiglie rom (sulle quali il giudice ha il diritto-dovere di decidere), qui siamo di fronte all’ennesimo caso di sussidiarietà giudiziaria che, senza conoscere i problemi tecnici, logistici, economici che sottendono il provvedimento amministrativo, ne sospende gli effetti senza alcuna motivazione giuridicamente valida.

“E’ il quarto attacco per via giudiziaria al Piano nomadi – commenta il sindaco Alemanno – L’obiettivo sembra essere quello di rimanere nell’immobilismo assoluto o, addirittura, di tornare alla situazione di tre anni fa, quando erano aperti campi indegni, come Casilino 900 o La Martora”. Senza peraltro considerare gli aspetti patologici della situazione esistente in alcuni campi, come le varie forme di illegalità più volte denunciate o, come dice l’assessore Belviso, gli interessi economici opachi che potrebbero inquinare alcuni interventi assistenziali.

Sul versante opposto, la Comunità di Sant’Egidio, la più fiera avversaria del Piano comunale, rivendica una sua coerenza ostativa: “Abbiamo criticato il piano fin dallo sgombero del Casilino 900 quando capimmo come sarebbe andato avanti. Tor de’ Cenci è un campo attrezzato, costruito con soldi pubblici, ma niente è stato fatto per arrestarne il degrado. Deve essere riqualificato. Non ha senso chiudere una struttura pubblica per 350 persone per costruirne altrove una da 700. Non è la nostra idea di integrazione”.

Ora, tutti sappiamo qual è l’opera meritoria della Comunità di Sant’Egidio nell’opera di assistenza e di accoglienza degli extracomunitari e in quale conto le amministrazioni locali, non solo quella romana, tengano la sua esperienza e i suoi suggerimenti. Ma ciò detto, la decisione finale in merito alla gestione di un problema così complesso e delicato come l’organizzazione di un piano organico per tutti i nomadi della città non può che spettare all’organo politico a cui la cittadinanza ha affidato democraticamente il governo del territorio. E se la decisione si dovesse discostare  dalla “idea di integrazione” che qualche altro soggetto, per quanto autorevole, può avere al riguardo, questo farebbe parte della sana dialettica fra le parti attive della città, senza confondere le responsabilità e i doveri istituzionali.

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