Carceri, luci e ombre sul ddl depenalizzazione

severinoImpatto limitato del provvedimento che introduce sospensione processo con la messa alla prova

 

ROMA – Il ddl del governo sulla depenalizzazione, che introduce la sospensione del processo con la messa alla prova e due nuove pene detentive non carcerarie, “va nella giusta direzione”. Ma per le restrizioni che prevede e per problemi pratici irrisolti rischia di avere un impatto limitato, rispetto agli obiettivi che si pone di ridurre i carichi di lavoro degli uffici giudiziari e ridare così efficienza alla macchina giudiziaria, e di diminuire il sovraffollamento nelle carceri.

È il parere della Sesta Commissione del Csm, in un documento di 15 pagine indirizzato al ministro della Giustizia Paola Severino, che verrà discusso questa settimana dal plenum, nella prima seduta dopo la pausa estiva.

La Commissione, esprimendo il suo ”convinto parere positivo” sulle linee generali del provvedimento, ne evidenzia però anche i limiti. Bene la scelta di ridurre gli illeciti penali, trasformandoli in amministrativi, visto che è proprio l”’eccessiva dilatazione dell’area dei comportamenti penalmente rilevanti” a rallentare ”sensibilmente” il funzionamento del sistema giudiziario. Ma bisognava fare di più: la lista dei reati che non saranno più tali è troppo ”prudente”: sono escluse ”intere materie” come edilizia, ambiente e immigrazione. E tutte queste esclusioni porteranno a ”risultati inferiori alle attese sul piano della riduzione dei carichi di lavoro degli uffici giudiziari”.

Discorso analogo per altre misure, come la sospensione del procedimento con messa alla prova, cioè prestando un’attività lavorativa di pubblica utilità a titolo gratuito: aver escluso da questa possibilità reati molto frequenti, come per esempio il furto aggravato o la detenzione di stupefacenti, avrà un effetto deflattivo sui processi e sulle carceri probabilmente ”inferiore alle attese”.

E se senz’altro va apprezzata la scelta di introdurre due nuove pene detentive non carcerarie (la detenzione presso l’abitazione o altro luogo di privata dimora) per i crimini meno gravi, superando così l’idea che il carcere sia la sola risposta alla devianza, anche in questo caso il rischio è quello di un ”pratico insuccesso” dell’obiettivo di ridurre il sovraffollamento delle carceri. E la ragione è evidente: la gran parte dei detenuti è costituita da soggetti legati alla marginalità sociale (extracomunitari, tossicodipendenti, disagiati psichici e psichiatrici) per i quali è spesso ”complesso, se non addirittura impossibile” avere la disponibilità di un’abitazione idonea ad assicurare la custodia del condannato.

(Valentina Marsella)

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