La piovra allunga i tentacoli su Roma

Gomorra_slider‘Ndrangheta calabrese, camorra napoletana, mafia siciliana, si spartiscono il terriotorio della Capitale


ROMA – Se provassimo a sovrapporre le mappe degli insediamenti mafiosi nella Capitale avremmo una cartina geografica più punteggiata di un piatto di lenticchie. Perché, paradossalmente, sappiamo tutto (o almeno così sostengono in Prefettura o alla Direzione distrettuale antimafia) delle “famiglie” stabilmente insediate nella nostra città: nomi e cognomi, dove operano, le rispettive zone di influenza, quali locali frequentano, dove riciclano i proventi dell’industria della droga.

Già questo giornale l’anno scorso aveva tracciato la planimetria cittadina della camorra. “Banditi scatenati che sparano e uccidono a volto scoperto – scrivevamo allora – guerra di bande che richiamano alla memoria il ‘romanzo criminale’ della Magliana, arresti di boss della camorra stabilmente insediati a Roma, sequestri di beni patrimoniali in città per centinaia di milioni appartenenti alla ndrangheta calabrese, la mafia siciliana padrona da anni di intere fette di territorio nell’hinterland romano”. In quell’occasione, appena dopo l’omicidio dell’imprenditore Roberto Ceccarelli, il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso aveva detto: “Quando si compie un delitto del genere è evidente che c’è una criminalità di alto livello, anche se non possiamo fare ipotesi senza elementi concreti. Il giovane rimasto ucciso era figlio di un uomo coinvolto nell’operazione Colosseo contro la banda romana della Magliana”.

Oggi La Repubblica traccia la mappa dettagliata delle ‘ndrine calabresi sul territorio romano. Ed è una presenza terrificante per vastità e ramificazione. Si va dal centro della città, dove impera il clan Pelle, alla periferia di San Basilio e Tor Bella Monaca, ai paesi limitrofi di Morlupo, Monterotondo e Grotteferrata. Manca ancora una ricostruzione dettagliata della presenza mafiosa siciliana e poi il puzzle sarebbe completo.

Da questa ampia fotografia della situazione criminale in città emergono elementi inquietanti. La delinquenza organizzata sceglie di “emigrare” dai territori di origine a Roma e a Milano dove trova terreno di coltura per riciclare denaro sporco, oltre che per distribuire in un ricco e anonimo mercato la propria “merce”. Quel terreno, come si sa, è fatto di edilizia, appalti, mercato immobiliare e attività commerciali. Tutti settori in cui disponendo di denaro liquido in quantità pressoché illimitate è facile entrare anche attraverso compiacenti prestanome.

E’ così che si scoprono insospettabili gestori del Cafè de Paris e del ristorante Federico I, appartenenti in realtà al boss Federico Alvaro, o il ristorante Chigi e il Caffè Antiche Mura, di proprietà della famiglia Gallico di Palmi. In totale i beni confiscati alle cosche mafiose (in senso lato) a Roma comprendono 209 immobili e 100 aziende commerciali.

Per gestire alla luce del sole un business di questa portata (si dice che questa sia solo la punta dell’iceberg) occorrono  organizzazioni e competenze professionali fuori dall’ordinario. E qui entrano in gioco spregiudicati manager, come Federico Marcaccini arrestato due anni fa, o Pietro D’Ardes condannato a 11 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, che offrono coperture ed opportunità di investimento ai vari clan. E quando cominciano a volare gli stracci delle delazioni o dei collaboratori di giustizia, anche chi si dichiara del tutto estraneo a qualsiasi contatto con la criminalità organizzata, come il segretario generale della Provincia di Roma, può finire nel tritacarne.

C’è solo da domandarsi se l’azione di contrasto alle organizzazioni criminali, che anziché arretrare, sembrano espandere il loro raggio d’azione, possa essere giudicata efficace alla luce dei risultati ottenuti, o se non sia necessario cambiare registro per aggredire il fenomeno con mezzi e strategie diverse.

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