Ora che le risposte della Fiat sono arrivate?

Marchionne_sliderIl vincolo oggettivo del mercato in caduta libera e le prospettive nere del breve periodo. Operai di Cassino appesi a un filo

 

ROMA – Chissà se ora il ministro Passera si riterrà soddisfatto? In fondo aveva solo chiesto che l’amministratore delegato della Fiat fornisse chiarimenti in merito ai programmi futuri del gruppo. E Marchionne glieli ha dati stamattina facendosi intervistare da La Repubblica. Ora manca solo una telefonatina alla Fornero (suvvia, che ci vuole!) e il governo si potrà considerare sistemato.

D’altronde erano stati solo loro due a chiedere timidamente spiegazioni al boss della Fiat dopo la brutale liquidazione del progetto “Fabbrica Italia”. Il loro “capo” invece, si sa, non era proprio voluto entrare nel merito della questione giudicando che “la Fiat, in quanto impresa privata, può investire dove, quando e quanto gli pare”.

Nella sostanza non è che il manager italo-svizzero-canadese abbia poi chiarito granchè le sue reali intenzioni. Il discorso è sempre ambiguo, elusivo, talvolta contradditorio. L’unica cosa certa è la crisi del mercato dell’automobile. “In questa situazione drammatica – dice Marchionne – io non ho parlato di esuberi, non ho proposto chiusure di stabilimenti, non ho mai detto che voglio andar via. Le assicuro che ci vuole una responsabilità molto elevata per fare queste scelte oggi”.

Ma quali scelte? Pur in condizioni di difficoltà commerciali diffuse, altri produttori europei di automobili sfornano nuovi modelli e hanno bilanci assai migliori di quelli di Fiat Italia. La risposta come al solito dribla la domanda: “Se io avessi lanciato adesso dei nuovi modelli avrebbero fatto la stessa fine della nuova Panda, che il mercato non prende, perché il mercato non esiste più”. Ma lei è dal 2004 alla guida della Fiat e il suo progetto “Fabbrica Italia” è di due anni fa. Sì però nel frattempo tutto è cambiato, “in Italia siamo sotto un milione 400 mila automobili vendute e l’anno prossimo continuerà ad andar male, perché la gente non ha più potere d’acquisto, magari ha perso il lavoro (magari a Termini Imerese o prossimamente a Cassino, ndr), i risparmi se ne sono andati, non ha prospettive per il futuro”.

E allora, che si fa? Dopo tutte le favole sul senso di responsabilità nei confronti dei lavoratori e del Paese, qui c’è lo scivolone come nel Dottor Marchionne-Stranamore: “Non si può pensare alla Fiat come a un’azienda soltanto italiana. La Fiat opera nel mondo, con le regole del mondo. Se io sviluppo un’auto in America  e poi la vendo in Europa guadagnandoci, per me è uguale………Noi siamo in ballo, il gran ballo della globalizzazione: non è detto che mi piaccia ma, come dicono in America, il dentifricio è fuori e rimetterlo dentro non si può più”.

Si sentono spremuti come un dentifricio anche gli operai di Cassino, nella lista nera degli stabilimenti Fiat in pericolo di chiusura o di ridimensionamento? “Non lo sappiamo – ci dicono ai cancelli di Piedimonte San Germano – viviamo nell’attesa del 30 ottobre quando conosceremo il nostro destino. Intanto siamo in cassa integrazione e lavoriamo tre giorni a settimana”.

Infatti dal 1° gennaio dell’anno scorso la produzione della Croma si è fermata e si fabbricano solo, a scartamento ridotto, modelli obsoleti che il mercato non vuole più, come la Giulietta o la Bravo. Nello stesso tempo a Kragujevac in Serbia, in uno stabilimento nuovo di zecca, dove i salari sono di 300 euro al mese e gli orari di dieci ore, si è messa in moto la linea di produzione della nuova 500 large che pare riscuotere un’ottima accoglienza dai concessionari.

Anche se le parole e le promesse di Marchionne non incantano più i circa 12.000 dipendenti della Fiat di Cassino, tra diretti e indotti, a quei posti di lavoro resta tenacemente attaccato un intero territorio.

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