Dov’era la Corte dei conti?

Giampaolino_sliderNegli scandali che si susseguono emerge la mancanza di controllo sulle spese degli enti locali


ROMA – Nella palude mefitica del malaffare emersa in questi giorni a livello di amministrazioni locali (e in quella sommersa che immancabilmente verrà alla luce), colpisce, tra le tante sorprendenti rivelazioni, l’arbitrio e la discrezionalità con cui gli eletti, non solo quelli disonesti, gestivano le immense somme di denaro pubblico. Allora la domanda sorge spontanea: c’è qualcuno che avrebbe dovuto controllare quegli enormi flussi di soldi e, se sì, perché non ha esercitato il suo mandato?

La risposta porta dritto alla Corte dei conti, il supremo organo di controllo della finanza pubblica, a cui la Costituzione affida il compito di vigilare sulla corretta gestione delle pubbliche risorse e di esercitare la giurisdizione di responsabilità in materia di contabilità e di pensioni. E allora siamo andati a vedere dov’è la “falla” nell’organizzazione della Corte attraverso le cui maglie è passato questo “tsunami” di immoralità, di appropriazioni indebite, di furti e di sperperi.

Senza alcuna pretesa di compiutezza, una prima lettura strutturale e funzionale dell’attività della Corte mostra almeno due crepe vistose, una di ordine particolare e una generale. La prima, alquanto sorprendente, è che sfogliando l’organigramma della Corte si scopre che, sulla carta, esiste un “ufficio per il controllo delle spese elettorali”. Tuttavia della sua esistenza, e soprattutto della sua attività, non si hanno notizie né nei resoconti ufficiali, né tanto meno “sul campo”. Una sorta di “ufficio fantasma” che dopo la riforma del ’94 sembra non aver mai funzionato o, cosa ancor più probabile, non è stato mai messo in condizione di funzionare.

L’altra lacuna di fondo, che investe in pieno la funzionalità dell’Ente, è data da un lato dalla sua autonomia costituzionale e dall’altro dall’adeguatezza delle risorse a disposizione rispetto ai compiti da svolgere. Sul primo punto, considerato che la Corte ha come missione istituzionale quella di operare il controllo su tutti gli atti del governo e delle amministrazioni dello Stato, farla dipendere organizzativamente dal ministro della Funzione Pubblica è una contraddizione che ne mina nella sostanza l’indipendenza.

Sulle risorse disponibili poi il discorso si fa addirittura grottesco. Basti pensare che oggi come oggi la Corte dei conti effettua il controllo preventivo di legittimità sugli atti fondamentali del Governo, il controllo successivo sulla gestione di tutte le amministrazioni pubbliche (per avere un’idea di che parliamo, negli anni 80 gli atti da controllare erano già più di 5 milioni) e, per non farsi mancar niente, anche la verifica della funzionalità dei controlli interni all’amministrazione.

Questa sconfinata responsabilità grava oggi sulle spalle di meno di 500 magistrati, di cui circa un terzo addetti alla giurisdizione e gli altri divisi tra funzioni direttive apicali, consigli regionali, controllo delle singole amministrazioni, degli enti e delle autonomie locali. Non solo, ma ciascun magistrato per effettuare i controlli di competenza non è che disponga di personale adeguato per numero e per competenze. No, il rapporto oggi è di un magistrato per quattro collaboratori, tra cui vanno compresi anche gli uscieri, gli autisti, le dattilografe e il personale d’ordine.

E qui rischia di riapparire proprio in queste ore la nota dolente delle riforme “all’italiana”. Il Consiglio dei ministri infatti, in corso in queste ore, sta per approvare un decreto legge che affida alla Corte dei conti il controllo preventivo sulle spese degli enti locali, che un tempo era svolto dai Consigli regionali di controllo improvvidamente cancellati nel 2001 dalla riforma del titolo V della Costituzione, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Ben venga dunque ripristinare il controllo preventivo affidandolo al massimo organo di controllo contabile. Ma se lo stesso decreto non doterà la Corte delle risorse aggiuntive necessarie all’efficace esecuzione dell’incarico vorrà dire che ancora una volta si annuncerà al popolo che le cose d’ora in avanti cambieranno, ben sapendo invece che tutto rimarrà nei fatti esattamente come prima.

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