Stop dei sindacati al piano di riorganizzazione di Poste

Sarmi_SLIDERRientrato lo sciopero dei dipendenti. Le ricadute del piano di riorganizzazione su occupazione e qualità del servizio

 

ROMA – Oggi non ci sarà l’annunciato sciopero generale dei lavoratori postali proclamato da tutte le organizzazioni sindacali all’indomani della pubblicazione del piano di riorganizzazione aziendale del gruppo Poste Italiane. Cantano vittoria i sindacati che, dopo una durissima lotta su tutto il territorio nazionale attraverso manifestazioni, blocco delle prestazioni straordinarie, proclamazione dello sciopero generale per oggi con relativa manifestazione nazionale a Roma, ricorsi giudiziari, interrogazioni parlamentari, incontri con gli enti locali, assemblee fra i lavoratori ed una vasta opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, sono riusciti a fermare tutte le iniziative aziendali in corso.

Ma che c’era nel piano “lacrime e sangue” messo a punto nell’aprile scorso dagli uomini di Sarmi? C’era essenzialmente una diversa distribuzione sul territorio degli Uffici postali e dei portalettere, attraverso la chiusura di 1.156 sportelli presenti sul territorio nazionale, la razionalizzazione di 638 uffici con una riduzione dei giorni e degli orari di apertura e la soppressione di 1.410 zone di recapito. Tradotto in hair cut, come dicono gli americani, o più brutalmente taglio degli organici, il piano avrebbe determinato il licenziamento di 1.765 lavoratori nel 2012 nelle sole regioni di Piemonte, Emilia Romagna, Marche, Toscana e Basilicata, che l’anno prossimo, con l’estensione del provvedimento a tutto il territorio nazionale, potrebbero diventare 10-12.000. Nella sola Regione del Lazio verrebbero cancellati 38 uffici postali (12 a Frosinone, 6 a Latina, 16 a Rieti, 2 a Roma e 2 a Viterbo).

A fronte della chiusura in positivo del bilancio 2011 – sostengono i sindacati – Poste italiane SpA, anziché decimare il numero dei dipendenti, potrebbe più proficuamente investire sulla consegna dei pacchi e dei corrieri espressi, settore che non risente del calo di corrispondenza dovuto alle nuove tecnologie e dove Poste ha solo il 15-20 per cento della quota di mercato. Il parere dell’azienda invece considera i tagli necessari per parametrare la gestione su quei criteri di economicità propri dei benchmark europei.

L’interrogazione di alcuni senatori del Pd, prima firmataria Maria Teresa Bertuzzi, rileva che l’intervento di razionalizzazione messo a punto da Poste “può determinare rilevanti effetti negativi sia sull’occupazione che sulla regolarità del servizio, compromettendo una delle funzioni proprie della società e il concetto stesso del servizio universale per il quale lo Stato riconosce i relativi contributi proprio per assicurare la capillarità e la qualità del recapito postale”. Su questa base, gli interroganti hanno chiesto ai ministri del lavoro e dello sviluppo economico “se siano a conoscenza del piano di razionalizzazione dei servizi postali del territorio e della conseguente riduzione del personale e se ritengano di condividere le linee strategiche ed organizzative adottate da Poste Italiane SpA, soprattutto in riferimento al previsto piano di chiusura di numerose filiali sull’intero territorio nazionale e alle conseguenze che tale piano comporta sia in termini di qualità del servizio postale sia occupazionali”.

Contemporaneamente la durissima azione di mobilitazione avviata nelle settimane scorse dalle organizzazioni sindacali per bloccare le pesanti riorganizzazioni avviate unilateralmente da Poste Italiane sul recapito, nei Centri di meccanizzazione postale e nella sportelleria, ha costretto l’Azienda a riaprire il confronto, precedentemente negato, con un esito positivo che ha pienamente colto gli obiettivi fissati dal cartello rivendicativo.

Si riparte dunque da zero dopo la sospensione di ogni iniziativa di riorganizzazione unilaterale dell’azienda e la ridiscussione del programma di chiusura e razionalizzazione degli uffici sull’intero territorio nazionale entro il corrente mese di ottobre.

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