Liti sul bilancio Ue dei prossimi otto anni

parlamento-europeo-sliderAl vertice dei capi di governo i paesi che versano di più all’Unione chiedono risparmi per 200 miliardi

ROMA – Sono ripresi da pochi minuti a Bruxelles i lavori di uno dei più difficili vertici dei capi di Stato e di governo dei 27 paesi Ue. D’altronde sul tavolo c’è da definire l’accordo per il bilancio dell’Unione dei prossimi sette anni, che nella proposta della Commissione ammonta complessivamente a 1.047 miliardi di euro.

La riunione era stata interrotta a mezzanotte di ieri dopo che le consultazioni bilaterali del presidente del Consiglio, il belga Van Rompuy, non avevano fatto altro che confermare le profonde fratture esistenti tra i 12 paesi  contributori netti, che versano cioè alla Ue più di quanto ricevono (Germania, Francia, Italia, Regno Unito ai primi quattro posti) e i 15 “recipienti netti”, che ricevono più di quanto versano. Alla base delle divisioni ci sono, non tanto l’ammontare finale del taglio, quanto la distribuzione delle risorse tra i grandi capitoli di spesa (politica agricola, fondi per la coesione, ricerca e sviluppo), nonchè la difesa degli ‘sconti’ di cui gode Londra dal 1984 (intoccabile perché scritto nei trattati) e che oggi altri rivendicano, come Germania, Olanda e Svezia.

Ma le difficoltà non finiscono qui. Il premier inglese Cameron ha scatenato la guerra dei veti incrociati, chiedendo risparmi sul bilancio per circa 200 miliardi. Hermann Van Rompuy aveva proposto un compromesso a -80, ma nessuno finora lo ha seguito. Sull’altro fronte Italia, Portogallo, Polonia, Repubblica Ceca, Belgio e Austria sono pronti al veto per difendere gli interessi nazionali. Il nostro presidente del Consiglio ha affermato, con insolita determinazione, che “non accetteremo soluzioni che consideriamo inaccettabili. Saremo anche disposti dopo questa sessione a lavorare in modo costruttivo”. Il Parlamento Europeo, a cui con le nuove norme spetta l’ultima parola, minaccia lo stop se il bilancio alla fine sarà troppo al ribasso.

Volendo schematizzare gli schieramenti in campo, le formazioni intorno al tavolo sarebbero queste:Sommariamente quattro le squadre in campo:

Euroscettici: Gran Bretagna, col sostegno della Svezia.

Rigoristi: guidati dalla Germania che ‘produce’ il maggior numero di brevetti ed è interessata a non tagliare i fondi in ricerca e sviluppo. Con la Merkel senza tentennamenti: Olanda, Danimarca, Finlandia. Ci sarebbe anche l’Austria che però chiede ‘forte’ politica agricola ed è pronta al veto se le toccano lo sconto.

Europeisti convinti: Francia e Italia i leader. Tagli sì, ma moderati. Per Parigi intoccabile la politica agricola. Noi rischiamo di perdere tanto 4,5 mld di fondi agricoli quanto il 20% dei fondi di coesione vitali per il sud. E paghiamo gli sconti di tutti. Nel gruppo anche Spagna (appesa però al filo degli aiuti che le devono arrivare alle banche), Lussemburgo e Belgio.

Amici della coesione: tutti i ‘recipienti netti’, dicono no ai tagli per la ‘convergenza’. Condotti dagli arrabbiatissimi Portogallo e Repubblica Ceca, coagulano Grecia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Irlanda, Cipro, Malta, Lettonia, Lituania, Estonia, Slovenia e Slovacchia. Ci sarebbe anche la Polonia, ammorbidita però dal nuovo meccanismo di distribuzione dei fondi regionali che la avvantaggerebbe anche in caso di tagli.

Nelle prossime ore sapremo come va a finire lo scontro, chi avrà vinto e chi avrà perso, quante saranno le risorse effettive a disposizione per i prossimi cinque anni. Sempre che naturalmente non si rimandi tutto al prossimo vertice di gennaio 2013.

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