La Consulta accoglie il ricorso di Napolitano

Napolitano_aperturaSecondo la Corte non rientra tra i poteri della Procura valutare la rilevanza delle intercettazioni che vanno distrutte

 

 

ROMA – La Corte costituzionale ha accolto il ricorso del Presidente della Repubblica sul conflitto con la Procura della Repubblica di Palermo, dichiarando che non spettava alla Procura di valutare la rilevanza delle intercettazioni né di omettere di chiederne al giudice l’immediata distruzione ai sensi dell’articolo 271 del codice di procedura penale. La decisione della Consulta comporta che le intercettazioni delle conversazioni del capo dello Stato debbano essere immediatamente distrutte.

Al centro del conflitto d’attribuzione sollevato dal Quirinale nei confronti dei pm palermitani, alcune conversazioni telefoniche del Capo dello Stato con l’ex ministro Nicola Mancino, le cui utenze erano state messe sotto controllo su mandato dei pm palermitani che indagano sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Per conoscere nel dettaglio la decisione assunta oggi dalla Consulta, dopo oltre un intero pomeriggio di Camera di Consiglio, bisognerà attendere il deposito della sentenza con le motivazioni, che avverrà presumibilmente a gennaio. Da quanto comunicato dalla Corte al termine della Camera di Consiglio, però, emerge che la Consulta ha ravvisato un’omissione da parte della Procura di Palermo per non aver attivato la procedura prevista per le intercettazioni vietate dall’art. 271 del codice di procedura penale. E da questo discende che i magistrati palermitani dovranno ovviare a questa omissione, chiedendo al giudice di distruggere immediatamente le intercettazioni.

“La Corte costituzionale – informa la Consulta – in accoglimento del ricorso per conflitto proposto dal Presidente della Repubblica ha dichiarato che non spettava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Palermo di valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, captate nell’ambito del procedimento penale n. 11609/08 e neppure spettava di omettere di chiederne al giudice l’immediata distruzione ai sensi dell’articolo 271, 3° comma, c.p.p. e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti”.

“Non credo che si debbano fare commenti allo stato. Aspettiamo di leggere il provvedimento”. Lo ha detto il procuratore di Palermo Francesco Messineo, che non ha voluto fare dichiarazioni sulla decisione della Corte Costituzionale. Messineo, questa mattina, ha partecipato all’udienza in cui si è discusso il ricorso.

Poi nella notte arrivano dal Guatemala i giudizi di Ingroia, della serie “le notizie si accettano non si commentano”. Questi alcuni dei passaggi più soft del pm di Palermo: “Per ragioni politiche, prima ancora che giuridiche, non c’era altra via d’uscita che dare ragione al presidente della Repubblica…Siamo cornuti e mazziati perchè abbiamo fatto di tutto perchè di quelle conversazioni non uscisse nemmano una riga invece ci siamo visti sbattere contro un conflitto davanti alla Corte Costituzione e adesso una sentenza punitiva”.

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