Al Cnr tra esercito di precari e nuovi direttori

Cnr_sliderSono circa 3.500 i lavoratori a tempo determinato. Alle battute finali la scelta dei direttori di dipartimento

 

ROMA – Costituiscono un vero e proprio esercito i 3.491 precari che gravitano nell’orbita del Cnr, il più grosso ente di ricerca pubblico italiano, da marzo scorso presieduto dal Luigi Nicolais, ex ministro ed ex deputato Pd.

I più “fortunati”, riferisce Il Foglietto della Ricerca, in quanto possono godere delle condizioni di lavoro dettate dal contratto nazionale al pari dei dipendenti di ruolo, sono i 1.130 lavoratori a tempo determinato, assunti con le modalità più disparate. Una quota minoritaria di essi (134) sono pagati attingendo ai fondi ordinari, altri 159 contratti trovano copertura su fondi esterni a gestione centralizzata, mentre la maggior parte (837) sono stipulati con la rete di ricerca sparsa sul territorio nazionale. Anche la durata residua dei contratti è tutt’altro che omogenea. Per 36 di essi (il 3%) il contratto scade nel 2012, 128 nel 2013 (11%), 129 nel 2014 (11%), 195 nel 2015 (17%), 308 nel 2016 (28%) e 334 addirittura nel 2017 (30%). Non è dato sapere l’anzianità media dei contrattisti, ma sicuramente la situazione non è delle migliori, anche per le scarse prospettive di stabilizzazione che si intravedono all’orizzonte.

A fronte di questo ‘purgatorio’, al Cnr esiste un vero e proprio ‘inferno’ del precariato, nel quale le tutele sono praticamente nulle. Nel girone degli assegnisti si contano ben 1.563 anime, alcune delle quali in precedenza potevano vantare un contratto a tempo determinato, ma sono state costrette alla retrocessione per la mancanza di fondi necessari per il rinnovo. Non stanno certamente meglio i 482 co.co.co. e i 316 borsisti.

Una situazione esplosiva, quella del precariato al Cnr, che fu portata all’attenzione del ministro Profumo diversi mesi fa, ottenendo in cambio solo la promessa di un tavolo tecnico, che in pratica non è mai stato avviato. Si tratta di un ulteriore elemento di giudizio negativo sulle politiche sociali e del lavoro del governo dei tecnici.

Nel frattempo il 28 novembre scorso, il ministro Profumo ha firmato il decreto che definisce la “Convenzione quadro tra atenei ed enti pubblici di ricerca per consentire a professori e ricercatori universitari a tempo pieno di svolgere attività di ricerca presso un ente pubblico e ai ricercatori di ruolo degli enti pubblici di ricerca di svolgere attività didattica e di ricerca presso un’università”.

Il provvedimento permetterà così a ricercatori e professori universitari di ruolo di svolgere la propria attività anche presso enti di ricerca e ai ricercatori di ruolo in servizio presso enti di ricerca di svolgere la propria attività anche presso un ateneo. Le convenzioni, che potranno interessare più dipendenti di entrambi gli enti firmatari, avranno una durata minima di un anno e massima di cinque e stabiliranno inoltre le modalità di riparto dell’impegno e delle attività da svolgere presso l’ente o l’ateneo di destinazione, con particolare riferimento ad un eventuale impegno didattico.

Sulla base di queste informazioni saranno inoltre definite le modalità di ripartizione degli oneri stipendiali. In ogni caso, per l’intera durata della convenzione sarà comunque riconosciuto al professore o ricercatore il trattamento economico e previdenziale ricevuto presso l’ente o l’ateneo di appartenenza.

Le disposizioni e i criteri previsti dal decreto interessano gli enti di ricerca vigilati dal Miur, e quindi ovviamente anche il Cnr, le università statali, compresi gli istituti universitari a ordinamento speciale, le università statali legalmente riconosciute, le università straniere e i centri internazionali di ricerca.

Risultano invece immotivatamente esclusi tutti gli altri enti pubblici di ricerca non vigilati dal Miur, tra i quali Istat, Iss, Enea, Cra. Altrettanto discriminati appaiono i tecnologi o almeno quelli, e sono tanti, in possesso di curriculum assolutamente idonei per poter svolgere attività didattica presso gli atenei.

Intanto la lunga procedura di individuazione dei sette direttori di dipartimento del Cnr post riordino, ora targato Nicolais, dovrebbe concludersi a breve. Il Cda dovrà ancora riempire quattro caselle, tra le quali spicca quella di Scienze biomediche, che da sempre e ancor più oggi è quella più ambita e ricca di risorse finanziarie, avendo accorpato due precedenti dipartimenti: Medicina e Scienze della Vita.

L’apposita commissione, composta da Guido Grandi, membro del consiglio scientifico del Cnr, Fulvio Uggeri, direttore del centro ricerche Bracco e Alberto Mantovani, ordinario all’Università di Milano, ha individuato i tre nomi sulla base dei quali il Cda, dopo apposita audizione dei prescelti, effettuerà la sua scelta.

Si tratta di Gennaro Ciliberto, 58 anni, direttore scientifico dell’Irccs “Istituto nazionale tumori Fondazione G.Pascale di Napoli” e ordinario di Biologia molecolare all’Università Magna Graecia di Catanzaro, di Daniela Corda, 57 anni, direttore dell’Istituto di Biochimica delle Proteine del Cnr di Napoli e di Tullio Pozzan, direttore dell’Istituto di neuroscienze del Cnr. Quest’ultimo, per poter superare uno sbarramento previsto dal bando di concorso e partecipare alla selezione, si è dovuto rivolgere al Tar.

Il Cnr, infatti, aveva previsto che per essere ammessi alla selezione i candidati dovessero avere una età che consentisse a loro di concludere il mandato quadriennale prima di raggiungere l’età della pensione. Pozzan, che ha 63 anni, stando al bando, dunque, non avrebbe potuto partecipare. Ma il Tribunale amministrativo ha accolto la sua istanza, per cui ora non solo è della partita ma, stando ai pronostici, dovrebbe sbaragliare il campo e ottenere l’importante nomina.

Delusione, invece, per Gianluigi Condorelli, già direttore del dipartimento Medicina, che non ce l’ha fatta a entrare nella terna dei papabili. Adesso, probabilmente, dovrà puntare sulla direzione di un Istituto.

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