Uranio impoverito, 3760 i militari morti

Uranio_sliderRitardi ed omissioni nelle misure per scongiurare il pericolo. Le missioni in Bosnia e in Somalia


ROMA – Il drammatico problema dei militari e dei civili colpiti da gravi patologie conseguenti all’esposizione all’uranio arricchito torna prepotentemente di attualità. Alla Camera infatti oggi si discutono mozioni, interpellanze ed interrogazioni sul fenomeno che, per quanto più volte denunciato, è stato sistematicamente sottovalutato dalle autorità militari e dallo stesso legislatore.

Nella risoluzione già approvata dalla Camera, a firma del deputato Di Stanislao (Idv), si informa che secondo l’Anavafaf, l’Associazione nazionale italiana assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti, i casi accertati di militari contaminati da uranio impoverito e altri agenti patogeni, nel solo periodo 1991-2012 sono 3.761, di cui 698 riguardanti personale militare che ha preso parte alle missioni militari all’estero e 3.063 militari che non hanno mai effettuato attività fuori area.

Il problema che oggi si pone è quello di valutate l’efficacia e soprattutto i tempi delle misure adottate per scongiurare il grave pericolo. Il fenomeno dell’uranio impoverito infatti non è limitato all’Italia che si è occupata del fenomeno solo dopo il primo caso verificatosi in Bosnia (il caso del militare Salvatore Vacca, nel 1999), mentre già mezzo secolo prima gli Stati Uniti e altri Paesi, anglosassoni avevano affrontato il problema.

Alcuni militari italiani impegnati nella missione Ibis in Somalia avevano fatto presente di aver visto militari americani che adottavano tute e maschere ed altri ancora hanno riferito in merito alla presenza di carri armati Abrams dotati di armamento e armature all’uranio impoverito. Tale circostanza era già chiaramente esposta in una sentenza del tribunale di Firenze del 2009, dove si leggeva che “al di là delle raccomandazioni che erano note al Ministero della difesa, il fatto che ai militari americani fosse imposta l’adozione di particolari protezioni doveva allertare le autorità italiane. Deve concludersi che, nel caso in esame, vi sia stato un atteggiamento non ispirato ai principi di cautela e di responsabilità da parte del Ministero della difesa, per aver ignorato le informazioni in suo possesso circa la presenza di uranio impoverito nelle aree interessate dalla missione e nel non aver impiegato tutte le misure necessarie per tutelare la salute dei propri militari e nell’aver ignorato le cautele adottate da altri paesi impegnati nella stessa missione”.

Gli interroganti chiedono pertanto di sapere tutte le informazioni in possesso dei servizi segreti e dei comandanti delle diverse missioni, con particolare riferimento alla missione Ibis in Somalia, che non risultano acquisite neppure dalle varie commissioni d’inchiesta che, nel corso degli anni, sono state costituite su questo tema. Sebbene loro compito fosse quello di indagare “sui casi di morte e gravi malattie che hanno colpito il personale italiano impiegato nelle missioni militari all’estero, nei poligoni di tiro e nei siti in cui vengono stoccati munizionamenti, in relazione all’esposizione a particolari fattori chimici, tossici e radiologici dal possibile effetto patogeno, con particolare attenzione agli effetti dell’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito e della dispersione nell’ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico e a eventuali interazioni”.

E qui si apre il triste capitolo dei poligoni militari dove si svolgono diverse attività, legate all’addestramento delle truppe, alle esercitazioni, alla sperimentazione degli armamenti e alla ricerca. In particolare, il poligono sardo del Salto di Quirra ospita regolarmente sia la sperimentazione di armamenti, sia le attività dimostrative da parte delle aziende produttrici. Qui sembra che le sostanze contaminanti potrebbero essersi annidate nel vasto sistema di grotte sottostanti l’area militare. Il sistema di cavità di Is Angurtidorgius consta infatti di oltre 11 chilometri di gallerie solcate da un fiume e con numerosi laghi che costituiscono una riserva idrica di notevole valore.

Nel Salto di Quirra è riscontrabile una percentuale di mielomi e leucemie superiore alle attese statistiche e, nell’insieme, un quadro di maggiore esposizione relativa ad alcune particolari patologie riconducibili a fattori ambientali. Secondo la Procura della Repubblica infatti nel poligono sarebbe stata riscontrata la presenza di torio 232, elemento altamente radioattivo, che può provocare gravi danni alla salute degli uomini e degli animali anche dopo molti anni.

E in Sardegna non c’è solo il Salto di Quirra. C’è anche il poligono di Capo Frasca utilizzato per esercitazioni militari, sia italiane che straniere, e dove , sarebbero in  crescita i tumori e linfomi della tiroide. Secondo testimonianze di chi in quel poligono ha lavorato, a Capo Frasca “non è stata mai effettuata una vera bonifica del territorio, sebbene in quel luogo siano stati lasciati per venti-trent’anni i residui delle esercitazioni delle Forze armate di tutto il mondo.

Sulla base di tali drammatici elementi, quasi tutti i gruppi parlamentari della Camera hanno impegnato il governo ad assumere ogni iniziativa di propria competenza per riconoscere la speciale elargizione al personale militare che, a causa di servizio, avesse subito una menomazione dell’integrità fisica; a verificare il motivo per il quale sono state ignorate le cautele adottate da altri Paesi impegnati nella stessa missione Ibis in Somalia; a verificare se la resistenza dei carri armati prodotti in Italia sia stata mai testata contro i proiettili all’uranio impoverito; a verificare in quali poligoni in Italia sono stati usati missili Milan e in che numero, tenuto conto che nel poligono di Quirra è emersa la presenza di tracce di torio 232 nei cadaveri dei pastori da attribuire probabilmente a questi missili; a valutare la possibilità di abolire le operazioni di brillamento periodicamente effettuate nei poligoni; a valutare la possibilità di assumere iniziative per vietare alle ditte straniere di operare nei poligoni italiani.

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