Margini stretti per la ripresa dello sviluppo

Galleria_sliderNei programmi pannicelli caldi per la ripresa dello sviluppo. Stati Uniti e Giappone varano mega piani per l’occupazione

 

 

ROMA – Depositati i simboli, fatte le liste, soffocati i mugugni, lo show elettorale va a cominciare. Dal preambolo di questi giorni, si direbbe una campagna fiacca, tutta tattica, proiettata più sulla formazione postelettorale del governo che su una credibile exit strategy dalla recessione che attanaglia il Paese. Dai fuochi d’artificio di Berlusconi preannunciati da Santoro al programma alla “camomilla” di Bersani, dall’Agenda Monti adorata come una reliquia dagli alleati alle incognite Grillo e Ingroia intenti a pescare nello stesso bacino di indecisi e di incazzati, finora non è emerso alcun vero segnale di discontinuità politica e di indicazione programmatica originale.

A destra tutto lascia pensare ad una riedizione del déjà vu negli ultimi anni del governo Berlusconi (fatta eccezione per un prevedibile inasprimento padano delle posizioni della Lega). Al centro la “Scelta civica” del premier non fa che riproporre la ricetta dogmatica che “ha salvato l’Italia dal baratro” e che ormai solo la Merkel condivide. A sinistra la paura di Bersani di essere schiacciato sulle posizioni di Vendola e Fassina accentua il carattere ecumenico del suo programma fatto di “lealtà agli impegni internazionali, sostegno all’esecutivo per la difesa della moneta unica e governo politico-economico federale dell’eurozona”. Nell’“agendina” del primo giorno del suo eventuale governo ci sono appuntati solo “la cittadinanza ai figli degli immigrati, una legge sui partiti, sulla trasparenza degli atti pubblici e sulle incompatibilità, nonché nuove norme contro la corruzione”. Se il leader del Pd pensa di “acchiappare” in questo modo i voti delle piccole e medie imprese del nord, delle legioni di disoccupati, di un ceto medio schiacciato dalle tasse e dalle banche, farà sicuramente la gioia elettorale di Beppe Grillo e di Antonio Ingroia.

Tutti quindi si guardano bene dall’affrontare il problema di fondo del nostro Paese: la ripresa dello sviluppo economico. Ci girano intorno, ne annusano la gravità e, non avendo né idee né strumenti per risolverlo, scappano altrove.

D’altronde quanto succede proprio in questi giorni a livello internazionale dimostra l’inconsistenza dei nostri bla-bla. Due dei paesi più ricchi del mondo, gli Stati Uniti e il Giappone, uno con un governo di sinistra e l’altro di destra, con debiti pubblici uguali o superiori a quello italiano, affrontano il problema del ristagno delle rispettive economie con l’unica ricetta possibile, immettendo cioè nel sistema grandi quantità di risorse pubbliche.

Lo fa Obama chiedendo al Congresso di aumentare il tetto del debito e ordinando alla Federal Reserve di lubrificare il sistema con migliaia di miliardi di dollari. Lo fa il neo presidente giapponese Shinzo Abe con una sorta di elettroshock economico da 175 miliardi di euro, fatto essenzialmente da un programma monstre di lavori pubblici per ricostruire le zone del terremoto e dello tsunami, da incentivi all’innovazione e al risparmio energetico, da aiuti ai governi locali e alle persone meno abbienti per creare nuovi posti di lavoro e, last but not least, con una politica monetaria aggressiva e un deprezzamento dello yen capace di trasformare la deflazione in inflazione (controllata).

Ma l’Italia, si dirà, non dispone di nessuna di queste leve per rimettere in moto il sistema di accumulazione, schiacciati come siamo tra l’incudine della disoccupazione di massa e il martello del “fiscal compact”. E allora che facciamo? Ci rassegniamo ad una quaresima lunga dieci anni, come è stato per il Giappone e come l’accoppiata Draghi-Monti ci prescrive? Oppure il prossimo governo darà ascolto alle diecine di economisti e di Premi Nobel che indicano una strada diametralmente opposta a quella seguita fin qui, come fa anche il direttore generale del Fondo monetario internazionale in queste ore? L’autocritica di Olivier Blanchard che oggi ammette pubblicamente di aver sbagliato tutte le previsioni in questa crisi soprattutto per aver “sottostimato gli effetti moltiplicatori dell’austerity come freno alla crescita” significherà pure qualcosa!

Forse il premier inglese Cameron pensa solo agli affari di casa sua quando chiede la rinegoziazione della “corda finanziaria” stretta al collo dei paesi membri, o il rientro in patria  della sovranità decisionale in alcune materie cedute a Bruxelles, o un referendum confermativo della costituzione europea. L’euroscetticismo britannico sarà dovuto senz’altro a ragioni di bottega, ma nel dubbio, fossimo nei panni di Bersani, o di Berlusconi o di chiunque altro siederà a marzo a Palazzo Chigi, una chiacchieratina a Londra l’andremmo a fare.

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