La Banca centrale nella ‘lunga’ crisi

Ignazio_ViscoDalle conclusioni della Lectio Magistralis tenuta alla Facoltà di economia dell’Università di Firenze

di Ignazio Visco

L’economia italiana è ancora in recessione. Nel quadro macroeconomico presentato nel Bollettino economico della Banca d’Italia pubblicato oggi, il Pil dell’Italia sarebbe sceso di poco più del 2 per cento nel 2012. Nell’estate del 2011, prima che la crisi dei debiti sovrani si estendesse al nostro Paese, si prevedeva una crescita di circa un punto.

 

La differenza riflette gli effetti diretti delle manovre di risanamento dei conti pubblici, quelli esercitati sul costo e sulla disponibilità del credito per il settore privato dalla crisi finanziaria (peraltro arginata dalla politica di bilancio e dalle riforme strutturali), il rallentamento del commercio internazionale, l’aumento dell’incertezza e il connesso calo della fiducia.

Anche quest’anno sarà un anno difficile. Stimiamo che il prodotto possa ridursi in media dell’1,0 per cento. La recessione potrebbe avere fine nella seconda parte del 2013. Ma, al di là della congiuntura sfavorevole, il nostro paese deve saper trovare le motivazioni e gli incentivi per affrontare con decisione il problema della crescita. Guadagni di competitività possono essere solo il risultato di un impegnativo ma imprescindibile disegno organico di riforma.

I suoi punti fondanti sono da tempo oggetto di attenzione: dalle liberalizzazioni nell’accesso ai mercati al loro migliore funzionamento e al sostegno dell’accumulazione di capitale umano e fisico, dal miglioramento della qualità dei servizi pubblici alla riduzione degli ostacoli burocratici, dal contrasto all’evasione fiscale e alla corruzione a una maggiore efficienza della giustizia civile. La crescita della produttività dipende da un progresso netto in tutte queste componenti.

L’equilibrio dei conti pubblici, che non esclude ricomposizioni nelle principali poste di bilancio, è la precondizione per il successo: l’incertezza delle condizioni sui mercati finanziari legata alle tensioni sui debiti sovrani riduce la fiducia, disincentiva l’investimento e l’innovazione.

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