Le discutibili privatizzazioni degli anni ’90

Draghi_Mario_slider_bisLa Corte dei conti ripercorre le vendite di Telecom, Autostrade ed Enel. L’élite dei consulenti e le parcelle miliardarie


ROMA – Con quella norma capestro che impone il controllo della spesa pubblica a posteriori, la Corte dei conti arranca sempre dietro agli eventi e arriva ad emettere i propri giudizi sistematicamente in ritardo sulla dinamicità dei controllati. Ed è un peccato perché la profondità delle analisi e la vastità della documentazione esaminata ne fanno un punto di riferimento di piena attendibilità.

Prendiamo uno dei capitoli più controversi della storia economica italiana degli ultimi vent’anni: la privatizzazione di gran parte delle industrie di Stato. A fine dicembre scorso la Corte ha approvato una delibera sul lavoro svolto in quindici anni (dal 1993 al 2008) dal Comitato di garanzia per le privatizzazioni, un organismo creato in seno al ministero del Tesoro per fornire un‘assistenza tecnica per le varie operazioni del programma di privatizzazioni e farsi garante della trasparenza e della congruità delle procedure poste in essere dal governo.

Le conclusioni a cui giungono i revisori pubblici sono piuttosto amare. Innanzitutto dalla (s)vendita di veri e propri gioielli di Stato, come Telecom, Enel, Autostrade, Ente Tabacchi, non si è ricavato quell’abbattimento del debito pubblico per il quale era stata ipotizzata. Per esempio, nel caso di Telecom si sarebbe dovuto pervenire a “valutazioni sensibilmente maggiori di quelle espresse nei controvalori realizzati a seguito della cessione azionaria”. O per l’Enel dove – dicono i magistrati – nessun riscontro è stato possibile ottenere in sede istruttoria “sulla misura delle commissioni complessive da corrispondere ai global coordinator Merril Lynch e Mediobanca”. O infine per la società Autostrade in cui non si è riusciti a capire per quale ragione é stata preferita l‘offerta ad un soggetto unico (la holding Schemaventotto della famiglia Benetton con il 30%) piuttosto che alla joint venture Abn Amro–Rothschild.

Ma l’accusa più grave contenuta nella delibera della Corte riguarda il ruolo di indirizzo e controllo che il Comitato per le privatizzazioni avrebbe dovuto svolgere e che invece è risultato spesso subalterno a consulenti e advisor del calibro di Mediobanca, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Rothschild, Euromobiliare, Merrill Lynch. Si sarebbe avuta cioè la conferma “di una tendenza del Comitato ad avvalorare il parere espresso dai consulenti dell’Amministrazione, finendo con l’assumere un ruolo quasi formale, senza esercitare compiutamente quella funzione di indirizzo che il quadro normativo gli attribuisce, come, ad esempio, nei casi di Telecom ed Enel”.

Non spetta alla Corte esprimere giudizi di ordine politico o morale (a meno che non siano connessi a fatti penalmente rilevanti). Ma in tema di conflitto di interessi i dati forniti dai magistrati contabili potrebbero suscitare più di un interrogativo. Come quello di Mario Draghi che presiede il Comitato per le privatizzazioni dal 30 giugno ‘93 all’8 aprile 2002 e diventa subito dopo responsabile per l’Europa della banca statunitense Goldman Sachs, uno degli advisor che ha incassato più provvigioni da quell’operazione. O Gian Maria Gros Pietro, che diviene presidente di Atlantia, società a cui fanno capo le Autostrade appena privatizzate.

Uno potrebbe sollevare dei dubbi sulla deontologia professionale di alcuni addetti ai lavori, o sull’eccessivo arricchimento delle società di consulenza del Tesoro. Però se il risultato finale di questo discutibile processo di privatizzazioni si fosse tradotto in un concreto vantaggio economico e tariffario per i cittadini italiani, ci si poteva pure stare. E invece come se non bastasse – è sempre la Corte dei conti che parla – alla fine, le operazioni di liberalizzazione non hanno portato neanche quel beneficio per i cittadini sperato da molti, ”in uno scenario caratterizzato da forme più o meno ampie d’influenza pubblica sulle imprese che ha dato vita ad un sistema di mercato non compiutamente liberista, diversamente da quanto auspicato dai più radicali sostenitori dei principi della libera concorrenza”.

Potrebbero interessarti anche