Tutti De Sica, una mostra sul grande Vittorio

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La mostra celebra il grande attore, considerato uno dei più grandi registi ed interpreti della Commedia italiana

Fotografie dentro e fuori dal set, sequenze immortali dall’infinità dei suoi film, oggetti privati e di scena, lettere, documenti d’epoca che testimoniano le luci della ribalta che hanno illuminato il mito di De Sica a dispetto del passar degli anni, passando dall’icona giovane del signor Max a quella matura che forse ha ancor più nutrito l’immaginario cinematografico e del costume italiano e internazionale.

La mostra interattiva “Tutti De Sica”, che verrà inaugurata l’8 febbraio all’Ara Pacis di Roma per chiudersi il 28 aprile, sarà un percorso tra oggetti di scena – inclusa la celeberrima bicicletta di Ladri di biciclette – manifesti, foto rare, oggetti personali: tantissimi contributi volti ad offrire una lettura più ampia della figura di Vittorio De Sica, non solo in quanto Maestro del Neorealismo e allo stesso tempo uno dei più grandi registi ed interpreti della Commedia italiana, ma anche come padre, marito, attore alle prime armi (tra gli oggetti esposti il fondamentale ‘corredino’: un baule faticosamente messo su da Vittorio e da suo padre contente un frac, uno smoking, un abito da cocktail, un abito da caccia e un vestito da tennis, ovvero gli abiti di scena indispensabili per un attore principiante).

Per l’allestimento della mostra e per la sua ideazione è stata essenziale la partecipazione dei figli Emi, Manuel e Christian che hanno messo a disposizione i loro bagagli di ricordi e di oggetti. La vita privata in equilibrio tra due famiglie è infatti uno dei tre temi sviluppati da “Tutti De Sica”; il secondo è il rapporto del regista con gli attori – dalla Loren a Mastroianni, da Sordi alla Lollo – e il terzo indaga la relazione tra De Sica e i registi con i quali ha più strettamente collaborato: Rossellini, Chaplin e, soprattutto, Cesare Zavattini, dal sodalizio col quale sono nati film quali Sciuscià, Miracolo a Milano e Ladri di Biciclette.

Di lui il figlio Christian, sempre prodigo di ricordi affettuosi, racconta: “Sapeva mettere la bontà dentro una storia credo sia una dote innata. Visconti aveva un grande senso dell’eleganza, Rosi lo sguardo del giornalista, papà sapeva dosare la pietas”.

Ciò che la mostra si propone è di superare la lettura riduttiva sul De Sica neorealista, per raccontare la figura di un grande e costante innovatore, nel cinema, così come nella vita, un uomo che non a caso è nell’occhio del ciclone tanto sul piano personale – non dimentichiamo la scomunica della Chiesa – quanto su quello professionale, con le continue vessazioni subite da una censura che non mandava giù le sue idee e le sue rappresentazioni di alcuni questioni chiave della cultura italiana. Ma si racconteranno anche gli altri volti di de Sica, il cantante e l’uomo di avanspettacolo, ma anche il marito di mogli diverse ed altrettanto amate, Giuditta Rissone e Maria Mercader, ed il padre attento di tre figli egualmente adorati.

Grazie alla mostra, ad esempio, si scopriranno gli stretti legami fra De Sica e la canzone napoletana, un amore che lo o portò a incidere dischi (‘O mese d’ ‘e rrose, Munastiero ‘e Santa Chiara) e addirittura a partecipare a un Festival, in veste di paroliere. La sua Dimme che tuorne a mme!, musicata dal figlio Manuel, nel 1967 fu interpretata da Nunzio Gallo e da Luciano Tomei. Disse Dino Falconi, autore di riviste: “Nessuno meglio di me può assicurare che Vittorio De Sica cantava come soltanto un napoletano sa cantare”. Nella maturità, incise Signorinella di Bovio. Fece in tv un duetto con Mina in A marzo quando piove. Per la collana Raccolta o Recital dedicò album a Di Giacomo, Ernesto Murolo, Galdieri, in cui interpretava canzoni e recitava poesie. L’ultima incisione avvenne nel 1971: De Sica anni Trenta, realizzata con il figlio Manuel.

Ma la mostra sarà anche un modo, per i cinefili, di riflettere globalmente sulla grande stagione del Neorealismo e sui diversi contributi dei suoi grandi protagonisti, con Roberto Rossellini che preferì la lettura drammatica della società attraversata dalla guerra; Vittorio De Sica che mise in luce la solitudine e la povertà; Cesare Zavattini, che diede libero sfogo alla fantasia; Luchino Visconti che esaltò le grandi rappresentazioni, mentre Luigi Zampa si concentrò sui difetti e sulle disgrazie della gente comune e, infine, Pietro Germi, Alberto Lattuada e Giuseppe De Santis che ripresero, in forma cinematografica, la tradizione del romanzo italiano.

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