Una crisi di sistema ci sommergerà?

Tsunami-slider“Chi può salvare l’Italia?”, si domanda l’Economist. Nessuno dei candidati premier sa indicare la strada per uscire dal tunnel



ROMA – “Chi può salvare l’Italia?”, si domanda l’Economist rappresentando il nostro Paese in procinto di crollare rovinosamente con la metafora della Torre di Pisa. “Se la terza economia della zona euro – prosegue il settimanale inglese – non riuscirà a rilanciare la crescita e a generare nuova occupazione, non solo gli italiani perderanno le speranze, ma anche i loro vicini settentrionali perderanno la pazienza e la zona euro si sfalderà”.

In realtà lo stesso interrogativo se lo pongono ogni giorno gli italiani, tanto più chiamati a scegliere tra una settimana i propri rappresentanti che dovrebbero tirarli fuori dalle sabbie mobili in cui stanno affondando. Lo spettro del baratro, da cui il prof. Monti dice di averci salvato, sembra invece avvicinarsi al galoppo.

La cronaca quotidiana non fa che riferirci di fabbriche che chiudono, di senza lavoro che aumentano, di giovani che hanno pure smesso di cercarlo un lavoro, di banche che speculano fraudolentemente invece di prestare soldi alle imprese e alle famiglie, della fine promessa del tunnel che non arriva mai. Interpretando un sentimento latente di profonda inquietudine della popolazione, il settimanale del Corriere della Sera titola stamattina: “La paura di finire come la Grecia”.

E’ paura fondata? L’Italia può davvero finire in default? Le immagini odierne di Atene “con le code alle mense dei poveri, con i negozi che abbassano le saracinesche, gli affitti che crollano, le violenze e le manifestazioni sempre più rabbiose”, potrebbero ripetersi domani a Roma, a Milano, a Napoli? Nessuno è in grado di dare risposte convincenti e, nel vuoto assoluto delle proposte elettorali, cresce nei cittadini lo sgomento.

Nessuno che sappia indicare la strada, segnare una frontiera. Le analogie storiche atterriscono. Mario Monti come Herbert Hoover? Anche nel 1929, dopo il crollo di Wall Street, gli economisti classici, come Schumpeter o Collins, raccomandarono di non fare nulla: la recessione avrebbe fatto il suo corso e solo questo modo di procedere avrebbe assicurato la guarigione. In una famosa lettera, scritta alla fine del suo mandato, il presidente americano ancora scriveva nel ’33: “Si tranquillizzerebbe enormemente il paese se si potesse immediatamente assicurare che non ci saranno manomissioni della moneta o inflazione; che il bilancio sarà indiscutibilmente portato in pareggio anche se si renderà necessaria un’ulteriore imposizione fiscale”.

Era l’anticamera della Grande Depressione che per un decennio mise in ginocchio l’America. Ma la storia evidentemente non ha insegnato niente né a una classe politica imbelle, né a un manipolo di mediocri economisti e banchieri che si sono autoeletti direttori d’orchestra. Così, mentre il Paese declina nell’infamia e nel malaffare, tornano in mente le drammatiche immagini dei romanzi di Steinbeck così evocate da Bruce Springsteen in una sua indimenticabile ballata: “La minestra a scaldare sul fuoco sotto il ponte, la fila per il ricovero che fa il giro dell’isolato, benvenuto al nuovo ordine mondiale. Famiglie che dormono in macchina nel sudovest, nè casa, nè lavoro, nè sicurezza, nè pace.”.

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