Mentre a Bruxelles si discute, l’Europa è espugnata

ecofinI dati italiani sul Pil, sulla disoccupazione, sulla pressione fiscale accentuano una curva recessiva

 

ROMA – La Borsa di Milano apre stamattina in discesa e si aggiudica subito il primo posto tra i peggiori listini europei. Lo spread tra i nostri Btp decennali e i bund tedeschi ha ripreso a salire ed è già arrivato a quota 350. Se ne parlerà nei due appuntamenti segnati in agenda europea per questa settimana: la riunione dei ministri finanziari a Bruxelles e il direttorio Bce giovedì prossimo.

Ma di che si parlerà? Uno potrebbe pensare che i drammatici reportage dalla Grecia, o le oceaniche manifestazioni di protesta in Portogallo, o il feroce avvitamento della recessione italiana, dovrebbero indurre i governi dell’Unione e i burocrati di Bruxelles a riaprire la discussione sulla politica economica comunitaria.

Ma purtroppo non è affatto così. Di fronte alla pubblicazione ufficiale dei dati sulla disoccupazione, sulla contrazione del Pil, sulla caduta della produzione industriale, sulla pressione fiscale insostenibile, il commissario europeo per gli affari economici e monetari, il finlandese Olli Rehn, risponde che “bisogna smettere di pubblicare queste analisi economiche perché compromettono la fiducia nel rigore” (!).

Davanti a questa ostinazione suicida in una politica economica che corre verso il precipizio, ci sarebbe da disperarsi. Senonché un’onda montante di protesta e di nuova consapevolezza politica ha cominciato a crescere non solo nei paesi della fascia sud dell’eurozona. E in effetti gli stessi risultati delle elezioni italiane, con la strepitosa affermazione di un movimento come il 5 Stelle e la sonora bocciatura di “rigor montis”, può segnare un punto di svolta su cui tutti in Europa, non solo in Italia, hanno cominciato a riflettere approfonditamente.

C’è da sperare che le classi politiche europee si ravvedano e approntino tutte le misure di emergenza per scongiurare la “tempesta perfetta” che sta per abbattersi su di noi. Il “ciclone Angela” (l’onomatopea è divenuta un obbligo per qualsiasi tempesta naturale e nel caso specifico il richiamo alla Merkel sembra il più adatto) porta con sé inarrestabile impoverimento e disoccupazione, pressione fiscale soffocante, deficit pubblici fuori controllo e tensioni sociali crescenti in grado, se non fermate a tempo, di travolgere istituzioni e mercati.

Ci sono segnali che questa manovra di correzione di rotta sia cominciata? Obiettivamente no. A Bruxelles e a Francoforte si continua imperterriti ad enunciare il sofisma del rigore unito alla crescita, mentre di fatto si minacciano procedure di infrazione per qualsiasi scostamento dall’esiziale fiscal compact.

A Lisbona si invocano le dimissioni del capo del governo Pedro Passos Coelho prono di fronte ai diktat della troika. Roma è riuscita a scrollarsi di dosso il governo tecnico e tutti e tre i poli usciti dalle elezioni sembrano intenzionati, con accenti e determinazioni diverse, a convincere i partner europei a cambiare i confini di una strada che non può che portare alla catastrofe. Se così malauguratamente non fosse, avrebbe ragione Paul Krugman nell’affermare che “questa gente ha già fatto danni enormi e purtroppo è ancora nelle condizioni per continuare a farli”.

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