Monti-Bondi, il crepuscolo degli dei

Crepuscolo_degli_dei_sliderCome nell’opera di Wagner, i due ‘salvatori della patria’ sono finiti al rogo. Il flop elettorale di Monti e Bondi ‘mani di forbice’

 

ROMA – E’ probabile che una volta passate le consegne al governo che verrà (se verrà), dell’attuale presidente del consiglio non sentiremo più parlare a lungo. Così come non c’è più traccia del suo fido scudiero, quell’Enrico Bondi che, sentendo puzza di bruciato elettorale, s’è dato alla macchia dopo aver imperversato per una sola stagione, ma fatto danni alla nostra economia per l’eternità.

Il crepuscolo dell’accoppiata perdente Monti-Bondi ricorda il Götterdämmerung di Richard Wagner dove Sigfrido (Monti) e Brunilde (Bondi) muoiono fra le fiamme, che finiscono per bruciare e distruggere anche il Valhalla (l’Italia).

Accecato dalla superbia e l’alterigia, il nostro Sigfrido bocconiano s’è infilato “con tutte le scarpe” nella trappola elettorale che lo ha completamente spianato. I corifei che ne avevano accompagnato il trionfo, salutando “il salvatore che ha evitato alla patria di finire come la Grecia”, oggi correggono in fretta le loro odi ossequiose che avevano cantato “con orgogliosa sicurezza”, come avrebbe detto il generale Diaz.

E dire che la crème della comunicazione, non solo italiana, si era messa al suo servizio, per soldi o per adulazione. I guru della comunicazione mondiale Martin Sorrell e David Axelrod erano stati prodighi di consigli, l’uno invitando Monti “a far sognare gli italiani”, l’altro “a screditare gli avversari politici”. Il risultato si è visto nelle urne dove neppure il cagnolino Empy è servito ad umanizzare il professore saccente.

I compagni di strada, a cominciare dal “disertore” Luca di Montezemolo al “duo sciagura” Casini&Fini, non l’hanno certo aiutato nell’ascesa, anzi ne hanno appannato l’immagine di novità, pur avendo sacrificato i rispettivi bacini elettorali alla gloria del leader.

Ma al di là degli errori della campagna elettorale, il professore è stato azzoppato dalla sua politica economica che ha portato il Paese nella peggiore recessione della sua storia contemporanea. Modesto economista (di lui si ricordano solo alcuni saggi di analisi finanziaria che non lo porteranno certamente a Stoccolma), totalmente a digiuno di politica industriale, Monti si è limitato a riprodurre in maniera acritica le linee guida del programma tedesco e della Bce e questo gli italiani non glielo hanno perdonato. Come non lo ha perdonato il premio Nobel per l’economia, Paul Krugman, che lo definisce «a tutti gli effetti il proconsole installato dalla Germania per far applicare l’austerità fiscale a un’economia già debole».

E Brunilde-Bondi, chi l’ha visto? In effetti dopo la ritirata precipitosa dalla spending review, di lui si erano perse le tracce. Senonchè il suo nome è uscito fuori in questi giorni dopo che la Procura della Repubblica di Parma ha chiesto al tribunale di azzerare il consiglio di amministrazione della Parmalat controllata dai francesi di Lactalis.

E’ successo che un gruppo di azionisti di minoranza del gruppo lattiero ha denunciato l’operazione con cui i francesi hanno imposto a Parmalat di acquistare, attraverso la loro holding Sofil, la controllata statunitense Lactalis American Group. Si è scoperto infatti che l’acquisizione, tutta interna al gruppo, era stata finanziata con 904 milioni di dollari presi dalle casse della società di Collecchio, prosciugando quasi per intero la liquidità “dimenticata” in cassaforte da Enrico Bondi.

Ma che colpa ne ha Bondi? Nessuna, almeno in questa fase finale della “rapina” francese. La sua colpa però è a monte, nell’aver lasciato inutilizzati nei cassetti di Parmalat 1,3 miliardi di euro che i suo avvocati erano riusciti a recuperare, attraverso una serie di azioni revocatorie, dalle banche italiane e internazionali. D’altronde nel suo dna di “risanatore” di aziende, di gran tagliatore di teste, non c’è mai stata una strategia in grado di utilizzare le risorse recuperate dal taglio dei costi per nuovi investimenti, o per la ricerca e l’innovazione, o per la conquista di nuovi mercati.

Quando un anno fa il “lider maximo” chiamò Bondi per “tosare” l’azienda Italia, fummo tra i pochissimi che tentarono di sfatare quel mito. L’appellativo di “mani di forbice” – scrivevamo su questo piccolo giornale – è l’unico che calza al suo curriculum, “da quando fu chiamato a salvare il salvabile della gloriosa Snia Viscosa ormai a pezzi, di cui alla fine del processo di risanamento non rimase più nulla (riuscì a salvarsi soltanto la Bpd di Colleferro). Così quando Mediobanca, maggior creditore della disastrata Montedison di Gardini, prese in mano le redini del gruppo, non esitò un istante a scegliere il commissario. Bondi impiegò otto anni a “risanare” l’azienda, anche se poi alla fine, soddisfatti in buona misura gli interessi dei creditori, del grande gruppo chimico non restò più niente, se non il settore energetico della Edison, finito anch’esso nelle mani dei francesi”.

Dei suoi passaggi successivi in Olivetti, in Fondiaria Sai, in Lucchini non ci sono tracce significative. Fino all’avventura finale della Parmalat, al termine della quale Monti (di cui nel frattempo Bondi aveva assunto il figlio a Parma) non l’ha chiamato a Roma per “risanare” l’Italia, con i bei risultati che sono sotto i nostri occhi.

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