E’ nato Bes, l’indicatore del benessere

Giovannini_Istat_sliderL’indice misura il rapporto sul benessere equo e sostenibile attraverso 134 items. 6,7 milioni di italiani in difficoltà economiche

 

ROMA – Si è sempre detto che il Pil misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Ora insieme alla misura della ricchezza prodotta c’è un nuovo indicatore. Si chiama Bes, acronimo che sta per Benessere equo e sostenibile. E’ stato messo a punto dall’Istat e dal Cnel e presentato stamattina alla Camera dei Deputati alla presenza del Capo dello Stato.

Il Bes è un indicatore complesso formato su 134 items, raggruppati in 12 domini: salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, ricerca e innovazione, qualità dei servizi. Per realizzarli sono stati utilizzati dati già disponibili ed è stata condotta una indagine specifica su 45mila persone dai 14 anni in su.

Il nuovo indicatore non misura la felicità, né tanto meno rimpiazza il Pil che misura altre grandezze. “Il Bes – dice il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini – può essere definito uno sprone a ragionare in termini di opportunità, che può cambiare il dibattito pubblico e orientare meglio le scelte della politica. Promuovere un modello di sviluppo diverso con al centro la persona, non i prodotti”.

Non sarà un numero unico ma un insieme di 12 indicatori settoriali capaci di esprimere congiuntamente il grado di benessere della società italiana, una specie di costituzione statistica. Ma questo sembra essere anche il limite della nuova “creatura”. Mancando di una sintesi ponderata delle varie grandezze non rappresenta l’altra metà del Pil che, unitamente, avrebbero potuto fornire davvero il quadro d’insieme di quello “che rende la vita degna di essere vissuta”.

Invece il quadro che ne esce sembra più una ripetizione statistica delle molteplici analisi di scenario che vari enti o associazioni, come il Censis, l’ufficio studi della Confindustria o lo stesso Istat, producono annualmente in maniera eccellente ed esaustiva. E infatti il risultato del primo rapporto Bes è una cartolina purtroppo già vista. L’assillo dei debiti, la situazione economica personale spesso in dissesto, la paura della disoccupazione, ma anche pessimismo sul ruolo dei partiti, poca fiducia nel prossimo e “fuga” nella cerchia degli affetti familiari come ultima diga ai disagi della vita, sono i connotati della crisi che abbiamo già imparato a conoscere.

Ma a cosa serve, in concreto, la “fotografia” del Belpaese che si ricava dal Rapporto Bes? Il presidente Giovannini si attende che “le relazioni tecniche di accompagnamento delle le nuove leggi descrivano l’effetto atteso sulle diverse dimensioni del benessere e non solo sulle variabili finanziarie” e ricorda il possibile ruolo del rapporto per “promuovere lo sviluppo di modelli per la valutazione ex-ante ed ex-post delle politiche che integrino la dimensione economica con quella sociale ed ambientale” e per esprimere “gli obiettivi dell’azione politica utilizzando gli indicatori descritti e valutare poi i risultati conseguiti”.

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