Le imprese straniere in fuga dall’Italia

Bridgestone_sliderL’ultima è la Bridgestone di Bari, con 950 dipendenti. Un elenco di aziende in crisi lunga 300 mila dipendenti

 

ROMA – Si apre giovedì al ministero dello Sviluppo l’ennesimo tavolo tecnico per tentare di scongiurare la chiusura dello stabilimento di Bari-Monopoli della Bridgestone, con 950 dipendenti per strada. Il povero sottosegretario De Vincenti, a cui spetta l’ingrato compito di tentare di salvare centinaia di imprese che stanno chiudendo o traslocando all’estero, ce la metterà tutta anche questa volta, ma l’esito è già scontato. La Bridgestone infatti ha detto chiaro e tondo che la chiusura di Bari fa parte di un piano strategico deciso a Tokio e a Bruxelles e perciò non modificabile a Roma.

Ma l’azienda giapponese di pneumatici è sola l’ultima in ordine di tempo a lasciare il nostro Paese. Prima di lei se n’erano andate la Michelin, la Saint Gobain, l’Alcoa, la Siemens-Nokia, la ex Lucchini, la Videocon, la Glaxo, la Yamaha, solo per parlare di alcune delle imprese straniere comprese in un elenco di crisi aperte al ministero per lo Sviluppo economico, con 140 aziende in difficoltà, di tutti i settori e di tutte le regioni, con quasi 300 mila dipendenti, di cui oltre un quarto, già si sa, saranno “di troppo”.
Accanto al problema di chi ha deciso di andarsene, c’è anche quello di chi non arriva. Oggi meno del 15 per cento del Pil è prodotto infatti da aziende straniere che operano nel nostro paese, mentre la media europea è del 40 per cento.

Ci si domanda con crescente angoscia come si può frenare questa emorragia? Ma forse la vera domanda dovrebbe essere un’altra: perché un’azienda industriale dovrebbe venire ad investire in Italia? E la risposta sarebbe davvero sconfortante. Il cahier des charges italiano è noto in tutto il mondo e sembra obiettivamente un micidiale strumento di dissuasione per qualsiasi ben intenzionato investitore straniero.

Se proprio lo volesse fare ad ogni costo, il percorso di guerra da affrontare sarebbe pressappoco questo. Si comincia con la costruzione dello stabilimento industriale, poniamo nel Mezzogiorno dove almeno qualche contributo esiste. Se si riesce a superare il fuoco pregiudiziale di sbarramento dei vari movimenti “no plant” organizzati dai centri sociali o dai grillini vari, si calcola che occorrono all’incirca dalle 35 alle 50 autorizzazioni per aprire lo stabilimento. Se tutto va bene se ne sono già andati più o meno due o tre anni.

Per la realizzazione del piano finanziario dell’impresa è previsto il ricorso all’indebitamento per una certa quota di copertura. Niente da fare, il credit crunch che attanaglia le banche italiane impedisce qualsiasi apertura di credito. L’assunzione del personale è una gimkana tra raccomandazioni, uffici di collocamento, pressioni sindacali.

Comunque si riesce miracolosamente ad avviare la produzione. I costi risultano superiori a tutti i paesi concorrenti: il prezzo dell’energia supera di quasi un terzo la media europea, il dipendente costa all’azienda più che nel resto d’Europa, le infrastrutture sono largamente insufficienti e i costi di trasporto salgono di conseguenza alle stelle. Se per caso poi interviene la contestazione con un fornitore o un dipendente e bisogna andare in causa, la risposta del Tribunale arriverà, se va bene, dopo tre o quattro anni. E dulcis in fundo a fine esercizio il fisco si porta via il 50 per cento dell’eventuale utile. Sul pizzo e sulla criminalità organizzata è meglio stendere un velo pietoso.

Ora, pur non considerando che a due passi dall’Italia, in Slovenia, in Austria, in Romania si hanno condizioni di insediamento industriale diametralmente opposte, stando così le cose appare quasi patetica la missione degli organismi pubblici creati ad hoc dallo Stato per attrarre investimenti stranieri.

Invitalia, prima fra tutti, ha “l’obiettivo di promuovere le opportunità di business e favorire la realizzazione di progetti di elevata qualità sul territorio nazionale”. Per questo “alle imprese estere che vogliono stabilirsi o espandersi in Italia si offre un portafoglio di servizi personalizzato per accompagnarle in ogni fase del processo di insediamento o di ampliamento”.

A fronte del quadro di desistenza più sopra descritto, Invitalia va alla guerra globale con arco e frecce spuntate. “Se state pensando ai motivi per investire in Italia – dichiara infatti allegramente – noi ve ne diamo 8: la posizione strategica in Europa e nel Mediterraneo, la capillarità delle infrastrutture (!), l’ambiente economico favorevole alla creazione di business (!!), le opportunità per le imprese in espansione (!), le facilitazioni e l’accoglienza degli investitori esteri, il sistema della conoscenza (?), la disponibilità di capitale umano altamente qualificato, la qualità e lo stile di vita”.

Siccome Invitalia non bastava, il governo Monti si è inventato pure la trasformazione del vecchio Ice in una nuova Agenzia per la promozione all’estero che nella mission ha anche “la promozione dell’immagine dell’Italia quale destinazione degli investimenti esteri”. I risultati si vedono.

Ora non si dia la colpa della fuga delle imprese straniere dall’Italia ai nuovi arrivati grillini, come ha cominciato a fare qualcuno. Perché i rigassificatori di Gioia Tauro e di Porto Empedocle, il nuovo “ponte elettrico” sullo stretto di Messina, l’impianto satellitare americano di Niscemi, la Pedemontana, la Brebemi, la Salerno-Reggio Calabria datano da almeno 10/15 anni. Diceva l’altro giorno un acuto osservatore: “Obama per superare la crisi punta proprio sulle infrastrutture; da noi invece le infrastrutture fanno parte integrante della crisi”.

L’elenco completo delle aziende in crisi:  crisi-aziendali.pdf.zip

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