Una “bomba atomica” alle porte di Roma

scorie-nucleari-slider7mila mc di scorie radioattive raccolte nel centro della Casaccia. Le conclusioni della Commissione d’inchiesta

 

ROMA – Osteria nuova, alle porte di Roma. Qui, all’interno del centro di ricerche Enea della Casaccia, c’è il deposito della Nucleco, controllata per il 40% da Enea e per il 60% da Sogin, la società di Stato incaricata della bonifica ambientale dei siti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi ospitati all’interno di cinque capannoni. Ad oggi, il deposito della Nucleco ospita circa 7 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, contenuti in circa 2500 fusti prodotti dagli anni ’90 e fino al 2009, spiega all’Adnkronos l’ad della Nucleco, Emanuele Fontani.

Costruito negli anni ’80 il deposito doveva essere una sistemazione temporanea in attesa del sito nazionale che, a distanza di quasi 30 anni, ancora non è stato realizzato. Ma si sa, in Italia non c’è nulla di più definitivo di una scelta temporanea. La storia senza fine del deposito nazionale per lo stoccaggio delle scorie nucleari praticamente non è ancora nemmeno cominciata.

Ad oggi infatti non sono stati neppure definiti i criteri per arrivare all’individuazione delle aree. La data dunque del 2025 indicata per il completamento del deposito nazionale è del tutto cervellotica. Dopo di che comunque ci vorrebbe almeno un’altra diecina d’anni per trasferire tutte le scorie, oggi disseminate in tutta Italia, nel deposito nazionale. Forse la prossima generazione vedrà la fine della storia.

Ma di che cosa parliamo a livello nazionale? Di una massa di quasi 29.000 metri cubi di rifiuti radioattivi che dal 1987, dalla data cioè del referendum che mise fine all’energia nucleare nel nostro Paese, attendono una sistemazione definitiva. Nel frattempo sono custoditi qua e là (generalmente nei pressi delle vecchie centrali nucleari) in condizioni non omologate che non sempre rispettano i criteri di massima sicurezza.

Le notizie in una materia così delicata trapelano a fatica, ma di certo si sa che deve essere ancora effettuato il totale smantellamento, la rimozione e la decontaminazione di strutture e componenti degli ex impianti nucleari italiani, come le centrali nucleari dell’Enel a Trino Vercellese (Vercelli), a Caorso (Piacenza), a Latina e sul Garigliano (Caserta), o gli impianti del ciclo del combustibile Enea dell’Eurex di Saluggia (Vercelli), della FN-Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo (Alessandria), dell’Opec e Plutonio alla Casaccia (Roma) e dell’Itrec di Trisaia-Rotondella (Matera).

La verità è che dopo il fallito tentativo di realizzare il deposito nazionale delle scorie radioattive a Scanzano Ionico (2003), politici ed esperti sono andati completamente nel pallone. E’ cominciato allora non solo lo scarica barile delle responsabilità, ma il susseguirsi delle più improbabili ipotesi di localizzazione (Sardegna, Toscana, Puglia e ancora Basilicata) e soprattutto un sistema di governance dell’intera materia (Agenzia per l’ambiente, Enea, Ispra, Ministero dello sviluppo, Sogin) che ancora non ha trovato un assetto stabile e definitivo.

In un reportage di qualche tempo fa l’International Herald Tribune così descriveva la situazione italiana: “Some 55,000 cubic meters, or 1.9 million cubic feet, of low- and mid-level nuclear waste and 8,500 cubic meters of high-level waste are stored in 140 dumps in 25 cities. Another 60 temporary deposits treat and store low-level nuclear waste, including the 500 tons of radioactive waste generated each year, mostly by medical treatment with radiation. Every time a city’s name came up in press reports as a possible alternative to Scanzano Jonico, local lawmakers were quick to make their objections known.

“The problem here is not scientific – said Enzo Boschi, the director of the National Geophysics and Vulcanology Institute – What happened in Scanzano had become a social drama, and the government has been wise to take some time out to better inform people”.

Nel censimento dei rifiuti nucleari italiani compiuti dalla “Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti”, di cui alla tabella seguente, balza agli occhi la quantità di “monnezza nucleare” ammassata a Roma nei depositi della Nucleco. Il sito sorge sulla via Anguillarese, circa 25 km a nord-ovest di Roma, in una zona detta “Casaccia”, e si è ormai trasformato di fatto nel deposito nazionale dei rifiuti radioattivi di origine sanitaria e industriale, in una zona ormai raggiunta dall’espansione urbana e dotato di strutture del tutto diverse da quelle che un vero e proprio deposito finale dovrebbe avere.

Nel commentare la situazione, la Commissione parlamentare, pur dando atto all’Enea dell’importanza del ruolo svolto dal servizio integrato della Nucleco che consente di conferire i rifiuti radioattivi prodotti negli ospedali, nei laboratori di ricerca o in installazioni industriali in un unico punto di raccolta, all’interno del centro di ricerche Enea della Casaccia, non ha potuto fare a meno di rilevare che “nella perdurante assenza del deposito nazionale, il servizio integrato ha finito col trasformare di fatto nel deposito nazionale dei rifiuti radioattivi di origine sanitaria e industriale un deposito costituito da alcuni capannoni posti all’interno del comune di Roma, in una zona ormai raggiunta dall’espansione urbana e dotato di strutture del tutto diverse da quelle che un vero e proprio deposito finale dovrebbe avere”.

I romani forse non lo sanno, ma “il deposito della porta accanto” qualche frisson lo dà, anche se l’amministratore delegato della Nucleco si sforza di tranquillizzare i cittadini. “Entrando nel deposito c’è un apparato di security e guardie armate con i massimi livelli di security, per cui è difficile che un terrorista possa entrare qui”. Anche rispetto alla sicurezza interna, “il deposito è strutturato secondo i migliori standard di resistenza – assicura Fontani – ci sono delle lamiere ricoperte di materiale ignifugo e alcuni di questi fusti sono legati in alto per resistere a un eventuale terremoto. Noi teniamo in considerazione tutti i possibili incidenti, ma è ovvio che c’è bisogno di un orizzonte temporale che ci dica per quanto altro tempo i fusti dovranno essere conservati qui”.

E’ la stessa domanda che si pone il giornalista del Sole 24 Ore in un servizio del 31 gennaio scorso: “Per quanto tempo verranno ancora accumulati i rifiuti radioattivi alle porte di Roma? La Commissione parla esplicitamente (e incredibilmente) di ‘indefinita provvisorietà’”. Alla luce di questa realtà, il social drama dei romani, di cui parlava Boschi, non sembra poi un’iperbole.

Potrebbero interessarti anche