In due mesi ‘spariti’ 10 mila negozi

Negozi-chiusi-sliderA gennaio e febbraio crollo delle nuove aperture. -167 al giorno, dato peggiore da 20 anni. Maglia nera a Roma

 

ROMA – “Nel commercio non si riesce più a fare impresa. Il 2013 si avvia ad essere un anno orribile, ben peggiore del 2012: nel primo bimestre, solo nel settore della distribuzione commerciale, sono spariti quasi 10.000 negozi, con un vistoso crollo (-50%) delle aperture di nuove attività. Se il trend restasse invariato, a fine anno registreremmo la scomparsa di 60.000 negozi, con le ovvie conseguenze negative su economia e occupazione nel nostro Paese”. A lanciare l’allarme è Confesercenti, che in una nota diffonde le rilevazioni sulle imprese del commercio relative al primo bimestre 2013.

“Nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2013 e il 28 febbraio -spiega Confesercenti – nel settore hanno chiuso i battenti 13.755 aziende, mentre le aperture sono state 3.992, per un saldo negativo di 9.783 unità: praticamente, sono sparite oltre 167 imprese al giorno. Un bilancio destinato a peggiorare a conclusione del trimestre: secondo le nostre stime, i primi tre mesi del 2013 termineranno con un saldo negativo di 14.674 unità (4.000 unità in più rispetto al 2012), sintesi di 20.622 cessazioni e 5.988 nuove iscrizioni”.

“Se la tendenza si dovesse mantenere invariata, a fine anno – prosegue l’associazione – registreremmo la scomparsa di quasi 60.000 imprese: una vera e propria ecatombe, con 200.000 addetti in meno. Anche i pubblici esercizi vivono un momento disastroso: secondo le nostre proiezioni, nel trimestre chiuderanno più di 9.500 tra bar, ristoranti e simili, per un saldo finale negativo di 6.401 unità”.

“Oltre al saldo molto negativo, – continua l’associazione – si conferma un altro allarmante fenomeno: quello del crollo di nuove aperture nel settore del commercio al dettaglio. Secondo le nostre proiezioni, nel primo trimestre, saranno in tutto 5.988: si tratta di un risultato del 50% inferiore alle 11.884 che hanno aperto nei primi tre mesi del 2012, e rappresenta il dato peggiore degli ultimi 20 anni”. “Se estendiamo lo sguardo ai dati di aperture del primo trimestre 2011 e del primo trimestre 2010 in effetti, -aggiunge- si conferma un crescente calo delle nuove iscrizioni, mentre le cessazioni restano sostanzialmente costanti, intorno alle 20-22 mila ogni anno. Il fenomeno dimostra come la crisi non incide solo sul numero di chiusure, ma anche e soprattutto sulla possibilità di aprire una nuova impresa”.

Per quanto riguarda l’articolazione geografica delle chiusure del primo bimestre, continua Confesercenti, i risultati peggiori si rilevano centro-nord, che registra 7.885 chiusure a fronte di 2.054 aperture; Sud e Isole sembrano resistere un po’ di più, con 5.890 cessazioni e 1.938 nuove iscrizioni. Tra i comuni capoluoghi di provincia, invece, la maglia nera va a Roma, con 553 chiusure per un saldo negativo di 392 unità. Seguono Torino (306 cessazioni, saldo negativo di 231 unità) e Napoli, dove le attività commerciali che hanno abbassato la serranda sono state 238, per un saldo finale che ha visto scomparire 133 imprese.

Situazione nera anche per il comparto dei pubblici esercizi. Le proiezioni Confesercenti sul trimestre, basate sulle rilevazioni dei primi due mesi dell’anno, mostrano come anche in questo settore si stia registrando un andamento catastrofico: le nuove aperture sono state solo 3.181, quasi il 25% in meno rispetto allo stesso periodo del 2012. In aumento invece le chiusure, che arrivano a quota 9.582. Il saldo, negativo, vede la scomparsa di 6.401 imprese, il rispetto al 2012.

L’emorragia di imprese del commercio sta causando una nuova emergenza: quella degli affitti. Secondo una ricerca condotta da Anama-Confesercenti, in Italia i negozi sfitti per ‘assenza di imprese’ sono ormai 500mila per una perdita annua di 25 miliardi di euro in canoni non percepiti. In termini di gettito fiscale sfumato circa 6,2 miliardi ogni anno: una cifra superiore al gettito realizzato grazie all’Imu prima casa (circa 4 miliardi di euro) o all’aumento di un punto dell’aliquota ordinaria Iva (oltre 4 miliardi). La percentuale di negozi rimasti senza affittuario varia di città in città.

Secondo l’indagine Anama-Confesercenti, tra i capoluoghi presi in esame il centro storico più desertificato è quello di Cagliari, con il 31% dei negozi chiusi – quasi uno su tre. Seguono Rovigo (29%), Catania (27%) e Palermo (26%). I dati sono relativi ai soli centri storici: nelle periferie il fenomeno è ancora più forte. “I dati di questo primo bimestre -spiega Confesercenti- dimostrano ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, della gravità della situazione che sta attraversando il comparto del commercio al dettaglio, soprattutto quello legato a piccole e medie superfici”.

“Per arginare la deriva, è necessario – dice l’associazione – agire su due livelli: da un lato occorrono politiche nazionali volte alla diminuzione degli aggravi fiscali per cittadini e imprese, per favorire il rilancio dei consumi e del mercato interno; dall’altro, è necessario intervenire sui problemi particolari del settore”.

Per quanto riguarda l’emergenza negozi sfitti, Secondo Anama-Confesercenti è necessario mettere mano al fenomeno “inventando un sistema” che coniughi le necessità di messa a reddito degli immobili commerciali con il bisogno delle imprese di utilizzare le strutture per creare impresa, e quindi occupazione e crescita economica.

“La nostra proposta – afferma l’associazione – è di istituire un tavolo tecnico, con le associazioni di imprese e delle proprietà immobiliari, per studiare un ‘canone revisionabile’, che sia remunerativo per il proprietario del negozio e sostenibile per il conduttore, con un impianto giuridico concordato, condiviso dalle parti nella durata e per le pattuizioni”.

Al forte allarme sulle condizioni del comparto del commercio al dettaglio, Confesercenti fa seguire l’azione per trovare un rimedio all’emergenza causata dall’eccesso di liberalizzazioni. L’associazione annuncia quindi che il 17 marzo si mobiliterà per raccogliere firme in tutte le principali città d’Italia per sostenere l’iniziativa Liberaladomenica: una proposta di legge di iniziativa popolare per riportare nell’alveo delle competenze regionali le normative su aperture e chiusure delle attività commerciali, e porre così un freno all’eccesso di liberalizzazioni.

Il numero di firme necessario per il successo dell’iniziativa, conclude Confesercenti, è di 50.000 e  già ne sono state raccolte più di 40mila in tutta Italia.

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