Attrarre investimenti, l’impresa impossibile di Invitalia

Arcuri_Domenico_sliderLe quattro missioni dell’agenzia. Le condizioni del nostro Paese dissuadono gli operatori esteri

 

 

ROMA – Sono stati resi noti i risultati del controllo eseguito dalla Corte dei conti sulla gestione finanziaria dell’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, cioè Invitalia, per l’esercizio 2011.

Come si ricorderà, la ex Sviluppo Italia ha subito una profonda riorganizzazione strutturale con riguardo alle sue funzioni e allo snellimento delle attività con forte riduzione del numero delle partecipazioni e dei livelli organizzativi. La missione dell’Agenzia, ente strumentale dell’Amministrazione centrale, assume come obiettivo strategico da perseguire la ripresa di competitività del “sistema paese” e in particolare del Mezzogiorno, interagendo e integrandosi ai fini del finanziamento delle attività nel Quadro Strategico Nazionale 2007-2013.

Coerentemente alla nuova missione istituzionale e al suo efficace perseguimento, si è stabilito che l’Agenzia dovesse dotarsi di un nuovo e più adeguato modello di governance ai fini del contenimento della spesa e di un più efficace esercizio del controllo sull’attuazione del Piano.

Nell’ambito di tale riorganizzazione è stata affidata ad Invitalia la gestione delle seguenti quattro macroaree: sostegno allo sviluppo d’impresa, supporto alla competitività del territorio e alla pubblica amministrazione, supporto alle amministrazioni centrali nella gestione di programmi comunitari e attrazione degli investimenti esteri. Ed è su quest’ultimo punto, che costituisce poi la matrice originaria della società, che sembra più interessante soffermarsi.

Dice al riguardo la Corte che, “tra le attività svolte dall’Agenzia, particolare rilievo ha sin qui assunto proprio quella relativa all’attrazione degli investimenti esteri di qualità elevata, in grado di dare un contributo allo sviluppo del sistema economico e produttivo nazionale. In virtù di tale compito istituzionale, l’Agenzia ha sino ad oggi rappresentato l’interlocutore principale per l’investitore nella pianificazione e realizzazione dei progetti di investimento in grado di supportare l’azienda estera in tutte le fasi del processo, dal momento della sua ideazione sino a quelle del suo consolidamento”.

Si attribuisce una certa importanza all’istituzione dello “Sportello attuazione investimenti esteri – Desk Italia” cui viene affidata la funzione di soggetto pubblico di coordinamento territoriale nazionale per gli investitori esteri che manifestino un interesse reale e concreto alla realizzazione in Italia di investimenti di natura non finanziaria e di rilevante impatto economico e significativo interesse per il Paese.

E qui le cose cominciano a complicarsi per quel vizio tutto italiano (non rilevato dalla Corte dei conti) dell’attenzione prestata alle architetture giuridiche e alle strutture istituzionali a prescindere dalla loro funzionalità e soprattutto dalla loro efficacia. Il Desk Italia infatti viene inteso come il punto di riferimento per l’investitore estero in relazione a tutte le vicende amministrative riguardanti il relativo progetto di investimento, fungendo da raccordo fra le attività svolte dall’Ice – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane e dall’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa – Invitalia. Il tutto – senza contare le Regioni che giustamente vogliono mettere bocca sull’argomento – alle dipendenza di due ministeri, quello dello Sviluppo economico e degli Esteri, che devono coordinarsi tra loro e con la “cabina di regia per l’internazionalizzazione” creata dall’ennesima legge.

Che cosa ha prodotto questo apparato elefantiaco? La Corte sorvola e si limita a ricordare che “nel 2011 la Business Unit Investimenti Esteri ha proseguito con le attività previste dal Programma Operativo pluriennale di marketing finalizzato all’attrazione degli investimenti che ha avuto a riferimento quattro linee di intervento: a) definizione e sviluppo dell’offerta; b) promozione dell’offerta ed erogazione dei servizi; c) definizione degli accordi e delle alleanze; d) gestione delle conoscenze e sviluppo del sistema di supporto”.

Risultato finale: l’insieme di queste strutture e di queste attività ha portato sotto il profilo operativo nel 2011 all’insediamento in Italia di 13 aziende. Definire questo bilancio un topolino, a prescindere dai costi complessivi sostenuti, sembra appropriato. Sì, poi ci sono le attività promozionali dell’Agenzia, come l’organizzazione di 27 missioni all’estero, 12 specifici eventi in Italia, 5 missioni incoming di delegazioni di imprese estere, ma il risultato non cambia.

Certo, si dirà, vendere oggi il prodotto Italia agli investitori stranieri è missione al limite dell’impossibile. Con la burocrazia che impone più di 30 autorizzazioni per aprire un capannone; con un sentimento antindustriale diffuso (nimby); con la giustizia che impiega mediamente 4 anni per portare a termine una causa commerciale o di lavoro; con una pressione fiscale che nei fatti supera il 50% degli utili; con servizi alle imprese da terzo mondo soprattutto nel Mezzogiorno (e stendiamo un velo pietoso sulla criminalità organizzata), attrarre investimenti dall’estero è come accettare un invito a cena a casa di Hannibal.

Assolutamente d’accordo, ma allora perché questo imponente schieramento di forze a difesa di un presidio così modesto? Ha ragione la Corte dei conti che, con il linguaggio paludato che gli è proprio, sostiene che “si tratta di un trend in linea con la situazione generale del paese ed in particolare con le pesanti difficoltà incontrate dall’Italia nella seconda parte dell’anno che hanno influito negativamente sulle valutazioni finali inerenti a molti potenziali investimenti”.

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