I “10 piccoli indiani” già al lavoro

Film_10_piccoli_indiani_sliderIl lavoro dei saggi aggiunge altre cose per uscire dalla crisi. Il settennato del capo dello Stato fra ombre e polemiche

 

 

ROMA – I “dieci piccoli indiani” nominati da Napolitano per elaborare proposte istituzionali ed economiche con “un fine puramente ricognitivo”, da stamattina sono al lavoro. E come i protagonisti del giallo di Agatha Christie, si domandano perché sono stati convocati a questa irrituale riunione e che vuole in realtà da loro il “padrone di casa”.

Qui non c’è da scoprire un assassino. C’è da chiedersi invece se il Presidente, di fronte ad un impasse istituzionale senza precedenti, abbia rispettato nella sostanza il dettato costituzionale, o si sia inventato un escamotage al solo scopo di guadagnare tempo e scaricare la patata bollente al suo successore.

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La seconda ipotesi guadagna ogni ora maggiori proseliti, per quanto Napolitano si sforzi di esorcizzare qualsiasi intenzione di sovrapposizione al lavoro del Parlamento, o qualsiasi espropriazione di poteri costituzionalmente riconosciuti. E in effetti è convinzione unanime che dal lavoro dei “dieci” non potrà che uscire una ricognizione dei problemi del Paese (ahimè ben noti a tutti) e qualche suggerimento che andrà ad aggiungersi all’inutile ricettario già messo in campo in questi mesi. Ma sono le decisioni stesse del capo dello Stato a suscitare i dubbi e i distinguo dei costituzionalisti. C’è infatti chi nota come ormai “si stia entrando in una terra sconosciuta” che alcuni definiscono come una sorta di presidenzialismo strisciante “per marcare le differenze con un passato che appare sempre più lontano”.

E sotto la lente degli osservatori non c’è solo l’invenzione dei “traghettatori” (quando in Italia non si sa più che pesci prendere si nomina una commissione di studio), ma c’è anche la rilegittimazione di un governo dimissionario, che non ha né l’investitura popolare, né la fiducia delle nuove Camere. Quali sono i limiti invalicabili di un esecutivo come quello di Monti? Possono le ambigue parole di Napolitano autorizzare il Consiglio dei ministri a rinviare, per esempio, la Tares, la nuova tassa sui rifiuti? Il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese rientra nel perimetro dell’ordinaria amministrazione? Confermare nell’incarico il comandante generale dei carabinieri è una decisione corrente e non lo è invece la nomina del nuovo capo della polizia? Che significa l’equivoco congelamento dell’incarico esplorativo a Bersani?

Di domanda in domanda si finisce col rimettere in discussione (seppure con grandissima cautela) l’icona stessa che era stata disegnata fin qui sul Capo della Stato, super partes, garante assoluto della Carta costituzionale, dotato di grande equilibrio e saggezza. Il campo dei contestatori si allarga. Dalla sparata iniziale di Berlusconi (“Non ho alcuna fiducia che questa mossa di Napolitano serva a qualcosa, anzi ho grossi dubbi), si passa alle solite invettive di Beppe Grillo (“Il Paese non ha bisogno di ‘badanti della democrazia’ ma di far funzionare meglio il Parlamento e alla svelta”), alla contestazione frontale dell’operato del Presidente da parte della sinistra alla Peter Gomez (“Giorgio Napolitano di peggio non poteva fare. Dietro di lui rimane solo un cumulo di partitocratiche macerie. E adesso l’unica cosa saggia da fare non è affidarsi ai suoi supposti saggi, ma pensare a scegliere un capo dello Stato nuovo che non provenga dalle file dei partiti”).

Una degli ultimi capisaldi della nostra reputazione cade dunque sotto il peso delle difficoltà obiettive e dei propri errori, mentre i partiti, inchiodati alle rispettive, cieche posizioni, continuano a tendere agguati e a battibeccare tra loro, in un drammatico cupio dissovi che si avvera ogni giorno che passa.

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