Un milione di licenziati e 79 mila emigranti

Disoccupazione_slider_bisNell’ultimo trimestre 2012 il fenomeno è sensibilmente aumentato. Lasciano il Paese giovani laureati del nord

 

ROMA – Le cifre comunicate dal ministero del Lavoro sono impressionanti: in un solo anno, il 2012, oltre un milione di lavoratori è stato licenziato, di cui 330 mila nell’ultimo trimestre, con un’impennata del 15,1% rispetto allo stesso periodo del 2011. Se a questi dati si aggiungono i lavoratori in cassa integrazione, quelli che hanno avuto un assegno di disoccupazione e i disoccupati rilevati dall’Istat, il mondo italiano del lavoro sembra scivolare su un piano inclinato senza fine.

Il rapporto tra i nuovi contratti di lavoro attivati nel terzo trimestre 2012 e quelli cessati è sostanzialmente di 1 a 2, avendo i primi superato di poco 1,6 milioni di nuovi posti contro i 3,2 perduti.

Sono questi i frutti della riforma Fornero? Anche il più buono dei sindacalisti non attribuisce tutte le colpe al deprecato ministro del Lavoro del governo Monti. “Secondo me – sostiene il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni – la legge Fornero non ha né migliorato né peggiorato il mercato del lavoro. Adesso però bisogna promuovere azioni concrete, come rimpinguare i soldi per la cassa integrazione, che riguarda circa 800 mila persone sull’orlo del licenziamento, e incentivare le assunzioni attraverso la leva fiscale”.

Ma c’è un dato ancor più allarmante della crisi del mercato del lavoro in Italia: la fuga di “giovani talenti” all’estero. Anche se quantitativamente il fenomeno può sembrare meno rilevante (l’anno scorso se ne sono andati 79 mila italiani, il 22,8% in più) è la qualità della “nuova emigrazione” che impressiona.

Innanzitutto si tratta per quasi la metà di giovani compresi tra i 20 e i 40 anni, residenti al nord, in gran parte laureati, “che lasciano il Paese in cerca di un’opportunità di impiego all’altezza della loro preparazione”. Il motivo dell’addio, se vogliamo, è lo stesso delle grandi ondate migratorie del secolo scorso, ma le caratteristiche degli emigranti sono completamente diverse.

Se prima si partiva in prevalenza dalle aree sottosviluppate del Mezzogiorno, e a partire erano braccianti e operai, l’anno scorso Lombardia e Veneto sono le due regioni che più hanno alimentato il flusso in uscita dal Paese. Sul totale dei nuovi emigranti, i diplomati sono circa 8 mila e i laureati, in costante aumento, 6.276.

I Paesi di arrivo sono, nell’ordine, la Germania, la Svizzera e la Gran Bretagna. Lì, secondo l’Istat, oltre la metà dei nostri giovani “svolge un mestiere  classificato come dirigenziale  o come professionista ad elevata specializzazione”. Non solo, ma a parità di qualifica l’italiano laureato guadagna all’estero mediamente 540 euro in più rispetto al collega rimasto in Italia.

Queste sono le cifre vere del progressivo, e per ora inarrestabile, impoverimento del nostro Paese. Nella misura in cui la linfa vitale di una nazione va progressivamente esaurendosi, allora sì il prezzo della crisi si fa davvero incolmabile.

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