La folle corsa della politica economica europea

Shinzo-Abe-sliderDraghi paragonato al premier giapponese come “vincitori della speculazione finanziaria”. I danni più visibili dell’austerity

 

ROMA – Nella stima cieca ed incondizionata che moltitudini di fan nutrono per Mario Draghi c’è persino (Corsera, 10 aprile, pag.10) chi arriva ad accomunare il presidente della Bce al primo ministro giapponese Shinzo Abe come i “salvatori dei mercati” e i “vincitori della speculazione finanziaria”.

Ora, se ci sono due persone e soprattutto due linee politiche diametralmente opposte sono proprio quelle messe in atto dai due protagonisti. Di Mario Draghi si conosce l’abilità nella navigazione finanziaria (di economia reale lui, come il suo gemello Monti, ne sa poco o niente), la proverbiale prudenza, il rispetto per i solidi riferimenti internazionali, l’appartenenza alle élites sovranazionali.

Nella sua algida prosa, il presidente della Banca centrale europea nei giorni scorsi aveva annunciato solennemente: “Siamo pronti ad agire”. Ma poi nella riunione mensile del direttorio della Bce non è successo nulla. Ci si aspettava come minimo che il costo del denaro, attualmente allo 0,75 per cento, sarebbe stato abbassato, oppure che venissero annunciate misure non convenzionali per garantire credito all’economia.

Invece i tassi restano inchiodati dove sono e di misure non convenzionali a Francoforte non vogliono nemmeno sentir parlare. Anzi si arriva al paradosso che nel suo ultimo bollettino la Bce denuncia l’economia sempre più debole di Eurolandia a causa soprattutto della “molta disoccupazione e del poco credito”.

Cioè si scambiano gli effetti della politica di austerity e di rigore imposta dalla stessa Banca con le cause della mancata crescita, in una sorta di transfert “interruptus” che impedisce di vedere le conseguenze perverse della politica monetaria comune. La domanda per consumi e investimenti continua infatti a calare paurosamente, mentre la Bce non mostra di avere alcuna ricetta per invertire il ciclo, pur essendosi resa ormai conto che la sua politica non raggiunge le famiglie e le imprese. “Giusto per spazzare via quel poco di ottimismo che ancora rimaneva sui mercati – faceva notare un acuto osservatore – Draghi ha anche avvertito dei rischi al ribasso che minacciano l’attesa ripresa prevista per la seconda metà del 2013”.

E si arriva così, come dice Paul Krugman, alla domanda delle domande: “Possiamo curare la crisi globale stampando più buoni del tesoro, ossia incrementando l’offerta monetaria e ridando lavoro agli americani?”. La risposta affermativa della Fed consiste in quella politica del cosidetto “quantitative easing”, cioè della creazione di moneta da parte delle banche centrali, quando non si hanno più margini di manovra sul costo del denaro, per acquistare, per esempio, titoli di stato in mano ai privati, allargando così la massa monetaria di un sistema.

L’altro esempio è quello del Giappone passato nel giro di soli tre mesi dall’essere un paese in recessione cronica d almeno 15 anni e bloccato da una valuta troppo forte, ad uscire dalla recessione, a ridurre tendenzialmente il valore dello yen e a contenere l’aumento dei prezzi nei limiti fisiologici del 2%. All’inizio di quest’anno infatti, appena insediato, il nuovo primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha lanciato un piano da 10.300 miliardi di yen (90 miliardi di euro), finalizzato a un aumento del Pil di almeno due punti percentuali e alla creazione di 600mila posti di lavoro, nonostante il Paese dichiari un rapporto deficit/Pil di oltre il 10% e soprattutto un rapporto debito/Pil superiore al 220%, di fronte al quale il debito italiano diventa una bazzecola.

Di fronte a questi esempi e alla incrollabile fede europea nella politica del rigore e dell’equilibrio dei conti, costi quel che costi, non si possono che sottoscrivere senza riserve le parole del premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz: “Le regole attuali dell’Unione europea restringono la vostra possibilità di fare una politica industriale. In assenza di una svolta radicale e strutturale delle politiche economiche europee, è probabile che l’Italia sia condannata a rimanere a lungo in recessione. Questo non è l’effetto ineluttabile di un terremoto, ma il fallimento economico di politiche sbagliate. Dovete dunque soppesare – conclude Stiglitz – da una parte le possibilità concrete di ottenere un cambiamento drastico nelle attuali politiche europee; dall’altra, gli eventuali costi di un’uscita dall’euro. Dibattere queste idee non è populismo, è democrazia”.

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