Quirinale, ultime ore di trattativa

quirinale-SLIDERCircola il nome di Amato. Resta in pole position Prodi. Sale in quotazione Rodotà. L’ ossessione della ”condivisione”

 

ROMA – Pd e Pdl convocano oggi i propri gruppi parlamentari per decidere l’atteggiamento che terranno domani, quando inizieranno gli scrutini per l’elezione del presidente della Repubblica. Le indiscrezioni indicano in Giuliano Amato la personalità ”largamente condivisa” che potrebbe essere votata da centrosinistra e centrodestra. Ma resta in pole position anche Romano Prodi, qualora il filo del dialogo tra i due poli dovesse spezzarsi e il centrosinistra decidesse – come avvenne sette anni fa con Giorgio Napolitano – di eleggere il Capo dello Stato solo con i propri voti.

C’è un’altra possibilità, dopo l’appello fatto ieri da Beppe Grillo al Pd (votate il nostro candidato, chissà che poi anche sul governo non troviamo un accordo). Milena Gabanelli e Gino Strada, giunti primi nelle ”Quirinarie” via web del M5S, potrebbero annunciare oggi la propria rinuncia. Se questa ipotesi fosse confermata, il M5S lancerebbe la candidatura di Stefano Rodotà, 80 anni, giunto alle spalle di Gabanelli e Strada, giurista di riconosciuto valore internazionale, ex presidente dell’Authority sulla privacy, ex deputato della Sinistra indipendente tra gli anni settanta e ottanta, ex vicepresidente della Camera e presidente del Pds.

Sul nome di Rodotà confluirebbe il voto dei parlamentari di Sel. Un nome, quello di Rodotà, che raccoglie sicuramente il senso di molte posizioni presenti nel Pd. Si tratterebbe di una convergenza che ovviamente non punterebbe alla ”larga condivisione” con le forze del centrodestra.

Se si guarda alle precedenti elezioni dei residenti della storia repubblicana, si scopre, in realtà, che solo in due occasioni e’ stato adottato il metodo della condivisione fra maggioranza e opposizione. La norma e’ stata, invece, quella del raggiungimento di accordi di maggioranza. Francesco Cossiga, a soli 57 anni, nel 1985 fu eletto con 752 voti su 997, grazie alla convergenza tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano. Il 18 maggio 1999 toccò a Carlo Azeglio Ciampi essere eletto al Colle con il suffragio dell’Ulivo e del centrodestra. Ex governatore della Banca d’Italia, premier nei primi anni Novanta, fu eletto al primo scrutinio con 707 voti su 990. Sette anni dopo non si e’ ripetuto lo stesso metodo: il centrodestra non ritenne di convergere sulle indicazioni fornite dal centrosinistra e Giorgio Napolitano fu eletto al quarto scrutinio con 543 voti sui 990 a disposizione.

Un altro caso di larga convergenza fu quello che portò all’elezione di Giuseppe Saragat, leader socialdemocratico, il 28 dicembre del 1964 dopo 21 estenuanti scrutini: ottenne 646 voti sui 937 a disposizione. Nell’accordo che coinvolse il Pci si disse entrò anche il tema ”grazia”, annunciata poi dal nuovo Presidente nei confronti di Francesco Moranino, ex capo partigiano, due volte parlamentare comunista, condannato all’ergastolo nel 1956 per l’uccisione di alcuni civili avvenuta nel 1944 in un episodio controverso della guerra partigiana.

Che il metodo della condivisione sia una eccezione e non la regola, lo dimostra pure l’elezione di Luigi Einaudi, avvenuta nel maggio 1948, primo presidente dell’Italia repubblicana: ottenne 518 voti sugli 872 della platea degli elettori. Per l’elezione di Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato eletto dalla Costituente, si ebbe bisogno di un solo scrutinio il 26 giugno 1946: 356 voti su 501 votanti.

Nel 1955 fu la volta di Giovanni Gronchi, Dc: ottenne 658 voti su 853. Nel 1962 al Colle fu eletto con maggioranza semplice Antonio Segni, Dc: bisognò aspettare 9 scrutini, ottenne solo 443 voti sugli 842 a disposizione (si dovette dimettere a causa di un ictus due anni dopo). A Giovanni Leone, Dc, eletto nel dicembre 1971, andarono 518 voti su una platea di 996: la salita al Colle fu possibile grazie alla confluenza sul suo nome dei voti a disposizione del Msi (Leone si dimise nel 1978 a causa delle polemiche che lo coinvolsero sullo scandalo Lockheed, al quale risultò poi come estraneo).

Larga convergenza nel 1978 sul socialista Sandro Pertini: 832 voti su 995, un record. Ma anche in quel caso si dovettero attendere ben 16 scrutini. Il presidente forse più amato dagli italiani, ex presidente della Camera, fu eletto alla fine più per sfinimento dei partiti che non trovavano un accordo tra loro che per una reale convinzione. Nel 1992 fu eletto un altro ex presidente della Camera: Oscar Luigi Scalfaro, Dc, tra i partecipanti all’ Assemblea costituente. Ottenne 672 voti su 1014. Nei primi scrutini la Dc aveva puntato sul nome di Arnaldo Forlani.

Insomma, il metodo della condivisione non e’ mai apparso l’elemento di garanzia sulla capacità dell’eletto a capo dello Stato di esercitare in autonomia quel ruolo di garante della vita democratica del Paese che la Costituzione gli assegna.

La procedura per l’elezione del Capo dello Stato prevista dalla Costituzione stabilisce che i primi tre scrutini debbano ottenere la maggioranza qualificata (671 voti), poi e’ sufficiente la maggioranza semplice (504). Si inizia da domani.

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