La stretta del credito che sta soffocando l’Italia

Draghi_Monti_sliderLo stesso Draghi che ha in mano i cordoni della borsa (e domani anche la vigilanza) denuncia il credit crunch

 

 

ROMA – Il governo non è ancora nato (anzi non è stato neppure concepito), ma già si torna a parlare della politica economica da mettere in campo per uscire dalla recessione, resuscitare gli investimenti e creare nuovi posti di lavoro.

A parole tutti si dichiarano d’accordo sulla necessità di attenuare la politica del rigore che ha strozzato il nostro sistema economico oltre ogni ragionevole risanamento dei conti. Il malato è morto o, nel migliore dei casi, è in coma, ma il medico continua contro tutte le evidenze a ritenere che la sua medicina sia quella giusta.

Hanno voglia i Premi Nobel a dimostrare che di troppa austerity si può morire, o il direttore del Fmi, Christine Lagarde, ad ammettere di essersi sbagliata nel perorare il risanamento dei conti ad ogni costo, o lo stesso bollettino della Bce a denunciare la debolezza di un’economia segnata da “molta disoccupazione e poco credito”. Non c’è evidenza che tenga: le “teste d’uovo” che hanno in mano le leve della nostra politica economica non hanno alcuna intenzione di modificare le loro dogmatiche convinzioni.

Se ne è avuta una chiara dimostrazione all’ultimo vertice del Fmi a Washington, dove i nostri rappresentanti, tutti draghiani di ferro, hanno affermato che l’agenda Monti non potrà non essere il driver del nuovo governo. Sostiene il governatore della Banca d’Italia: “Si può agire sulla composizione delle spese o sull’abbassamento delle tasse. Ma si deve dire che c’è una stella polare: i conti devono essere in ordine e il vincolo di bilancio rispettato”. E per chi ancora non avesse chiaro il concetto, ci ha pensato il ministro dell’Economia Grilli a chiarirlo: “La prudenza fiscale (!) e le riforme strutturali già messe in opera sono la base per il futuro. Per quanto difficile, questa strategia non ha alternative”.

D’altronde, come sempre, la linea la detta Mario Draghi da Francoforte. Tutto il resto, parafrasando Califano, è nulla. Così il presidente della Bce rivela che, di fronte all’aumento delle sofferenze, “le banche hanno paura di fare prestiti perché temono che i clienti non le ripaghino”. Ma tutti sanno che questa ovvia considerazione è solo una delle zeppe che hanno bloccato l’ingranaggio virtuoso che parte dalla moneta, passa dal credito e i depositi, e arriva ad alimentare gli investimenti, i consumi e, a cascata, l’occupazione e il sistema economico nel suo complesso.

Draghi dimentica di dire che, oltre a questo motivo, il sistema si è grippato anche perché le banche hanno l’opportunità di finanziarsi sui mercati finanziari a tassi estremamente bassi, per cui l’acquisto di titoli di Stato risulta particolarmente remunerativo e privo di rischi, come lui stesso ha potuto sperimentare un anno fa quando ha “regalato” alle banche 1.000 miliardi di euro (di cui 230 agli istituti italiani) senza che nemmeno un euro arrivasse alle pmi. Qualcuno parlò di truffa legalizzata o, peggio, di crimine finanziario, ma poi tutto finì lì.

Adesso ci risiamo. Secondo la consueta politica degli annunci, il commissario europeo Olli Rehn ha detto che “lavoreremo intensamente nelle prossime settimane per mettere a punto delle misure per alleviare il problema della stretta del credito”. Ma né lui né Draghi hanno fatto il minimo accenno a quale forma potranno prendere queste misure, ai tempi di attuazione, agli interventi “non convenzionali” per costringere le banche a fare il loro mestiere.

Persino due economisti non certo rivoluzionari, come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, fino a ieri colleghi di accademia ed esperti del governo Monti, invitano ad abbandonare senza indugio la politica economica del governo Monti “basata solo su aumenti di imposte”, altrimenti “l’Italia rischia il collasso”. Qualunque sia il governo che verrà, non potrà che affrontare due priorità assolute: abbassare le tasse su lavoro e investimenti e far ripartire il credito a famiglie e imprese.

Ma qui casca l’asino, perché ancora una volta, per scongiurare il rischio sistemico, i due propongono di salvare le banche a corto di capitali, “togliendo i crediti andati a male dai bilanci delle banche e spostandoli in nuovi istituti/pattumiere appositamente costituiti (le cosidette bad bank)”. A chi l’onere di smaltire questa spazzatura? Allo Stato, naturalmente, cioè a tutti i cittadini, che dovrebbero pagare ancora una volta il prezzo del salvataggio senza avere neppure la certezza che le banche così “ripulite” riattivino il meccanismo del credito e ridiano fiato all’economia.

Succede infatti, per esempio in America, che le banche e gli istituti finanziari con i soldi avuti dallo Stato stiano resuscitando quegli strumenti di finanza strutturata (come i mutui subprime) che cinque anni fa hanno causato la crisi. Così come sono ritornate di moda le obbligazioni di prestito collateralizzate, che comprano un portafoglio di prestiti e poi li rivendono a fette agli investitori privati.

L’amara conclusione è che dopo le condanne verbali, i proclami e le promesse, i politici e i regolatori (non bisogna mai dimenticare che Draghi è stato per tre anni presidente del Financial Stability Board) non hanno fatto nulla per cambiare le norme e regolamentare quegli strumenti finanziari peggiori delle “armi di distruzione di massa”.

Come talvolta accade, la satira aiuta a descrivere meglio di qualsiasi trattato gli aspetti più assurdi e devastanti della politica ultraliberista degli ultimi governi. “In fondo – dice Michele Serra nella sua rubrica ‘Satira Preventiva’ su L’Espresso – basterebbe un solo anno di carestia per ridurre il deficit pubblico dello 0,2 per cento. Se poi alla carestia si aggiungono l’esproprio della mobilia, il pagamento dell’Imu anche sulla casa del vicino e la vendita delle figlie vergini ai magnati russi, si potrebbe arrivare  a una riduzione dello 0,5 per cento. Gli italiani, Monti ne è certo, queste cose le capirebbero, basterebbe dire loro la verità”. Forse il pamphlet di Serra andrebbe adottato nelle scuole superiori per far capire ai giovani senza tanti giri di parole chi e come ci ha portato al punto in cui siamo.

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