Che ruolo avrà nel governo il “terzino” Saccomanni?

Saccomanni_Fabrizio_sliderLe caratteristiche dell’ex direttore di Banca d’Italia non ne fanno l’uomo del cambiamento di politica economica

ROMA – Conosceremo oggi pomeriggio dal discorso di insediamento i contenuti programmatici del governo Letta. Naturalmente l’attenzione sarà puntata soprattutto sulle linee di politica economica che guideranno le prime mosse urgenti dell’esecutivo. L’Imu, l’aumento imminente dell’Iva e quello della Tares a fine anno, il rifinanziamento della Cig in deroga, il pagamento dei debiti della Pa, saranno certamente i punti cruciali sui quali il presidente del Consiglio dovrà dare risposte non evasive.

Il costo di questi interventi non rinviabili è noto e varia dai 10 ai 15 miliardi di euro secondo le soluzioni che saranno adottate. Dove li andremo a trovare? Escluso per ovvii motivi qualsiasi aumento delle tasse, l’unica risposta a disposizione (che sentiremo esporre oggi in termini generici) è il taglio delle spese della pubblica amministrazione.

Ma questo non l’aveva già detto Monti, con i risultati disastrosi che tutti conosciamo? Infatti, anche se è prematuro anticipare le mosse, per il momento non c’è alcun segnale che la linea del rigore e dell’equilibrio del bilancio possa cambiare. Anzi la scelta del ministro Fabrizio Saccomanni all’Economia è un eloquente (e preoccupante) indice di continuità.

Il direttore generale della Banca d’Italia, la sua storia, la sua formazione scientifica, ne fanno non solo un uomo di grande spessore culturale, ma un geloso custode del contenimento dell’inflazione e di una rigorosa politica monetaria, come si conviene d’altronde ad un grand commis che ha passato la vita nell’Istituto di emissione ed ha in Mario Draghi il suo punto di riferimento e il nume tutelare.

Che cosa ci si può attendere in politica economica da uno come Saccomanni? Non è un mistero. L’ha detto lui stesso a chiare note qualche giorno fa a Washington: vuole puntare sulla crescita complessiva del sistema, coinvolgendo le banche, le imprese e i consumatori in un grande “patto” che dia sostegno alle fasce più deboli della popolazione “attraverso una ricomposizione del bilancio pubblico”. E allo stesso modo mira ad un contenimento della pressione fiscale attraverso un taglio della spesa corrente.

Nulla di nuovo dunque sotto il sole del pensiero unico liberista che ha guidato fin qui le sorti malandate della nostra economia. Ci manca solo richiamare in servizio Enrico Bondi e la sua spending review per avere un remake del film che abbiamo appena finito di vedere. La stella polare del neo ministro dell’Economia era ed è costituita dai vincoli di bilancio imposti dalla Ue ai quali qualsiasi provvedimento economico non può non essere subordinato.

Con queste idee obiettivamente non si va molto lontano, né ci si aggancia a quel cambiamento di rotta di politica economica che in Spagna si è tradotto in una dilazione di due anni del vincolo del 3% del deficit, o ancor più aspramente in Francia che nelle parole del presidente dell’Assemblea nazionale si fa capofila “di quanti pensano che l’Europa non possa esaurirsi nel rigore della Merkel”, con la quale Hollande parla di “tensione amichevole” e il presidente Claude Bartolone di “tensione e basta e, se necessario, di conflitto”.

Può essere Saccomanni l’uomo che va a Bruxelles e a Francoforte a battere, se necessario, i pugni sul tavolo per ottenere la correzione delle regole funzionali alla ripresa dello sviluppo? E’ poco credibile! Forse l’immagine più chiara della scelta compiuta da Letta per il ministero dell’Economia l’ha data nel suo blog Gustavo Piga quando, con metafora calcistica, sostiene che “all’attacco, là dove c’era bisogno di finalizzare per portare a casa la vittoria, hanno messo … un difensore, uno che non sa segnare. Perché il ministero dell’Economia è l’attacco, non la difesa della squadra, e la scelta di Saccomanni è la scelta di chi mette centravanti un Chiellini”.

Ma l’ormai ex direttore generale della Banca d’Italia ha giocato tutta la vita da terzino e da quella posizione ha sempre visto “la politica economica come un’operazione catenaccio a difesa degli attacchi dello spread, per marcare a zona tutti i territori dove si può materializzare qualche buco di bilancio per coprirlo immediatamente con maggiori tasse e/o minori spese per far contenta la Commissione europea”. La situazione del Paese in questo frangente richiede ben altro.

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