Quanta fretta, presidente!

Merkel_Angela_sliderIl vincolo di bilancio, ribadito a Berlino e a Bruxelles, proietta una pesante ipoteca sul programma di governo

 

 

ROMA – Se si trattava di una semplice visita di cortesia per presentare ai soci europei le credenziali di primo ministro appena ricevute dal Parlamento, forse Enrico Letta avrebbe potuto aspettare qualche giorno, o qualche settimana. In fondo il cerimoniale diplomatico glielo consentiva. Avrebbe potuto così riunire il consiglio dei ministri, esaminare tutti i dossier europei, consultare i nostri ambasciatori e soprattutto mettere a fuoco quella strategia di confronto con l’Unione Europea – soltanto accennata nel discorso di investitura – che costituisce la chiave di volta per la ripresa dell’economia italiana.

Invece, non si sa per temerarietà o azzardo, il premier ha voluto affrontare senza indugio il toro per le corna (con tutto il rispetto per Angela Merkel), con il risultato deludente che le cronache dell’incontro hanno riportato. Probabilmente il presidente del Consiglio immaginava di poter mantenere la discussione su un livello di mera convivialità, senza assumere impegni e senza ricevere precetti.

Ma le cose, al di là delle apparenze diplomatiche, non sono andate così. A Letta che genericamente sosteneva l’auspicio che “l’Europa che ha costruito le regole per evitare debiti, abbia la stessa determinazione nel fare politiche della crescita”, la Cancelliera ha replicato chiaro e tondo: “Crescita e consolidamento sono due facce della stessa medaglia. Servono riforme strutturali, ciascuno nel proprio Paese”. Insomma nemmeno uno spiraglio in quella monolitica austerity che la Merkel impersona.
Né ci si poteva aspettare che qualcuno non chiedesse a Letta nel corso dell’incontro dove pensa di trovare i soldi per attuare quell’ambizioso programma. La risposta (“manterremo gli impegni, ma come troveremo le risorse è un fatto di casa nostra, non devo spiegarlo a nessuno”), che a qualcuno è sembrato uno scatto di orgoglio sovrano, in realtà si è rivelato un escamotage di cui di lì a poco anche nelle altre capitali europee gli è stata chiesta ragione.

E infatti nel successivo incontro a Bruxelles con il capo della Commissione Ue Josè Manuel Barroso Letta non ha potuto che confermare “l’intenzione di mantenere gli impegni assunti dal precedente governo alla Commissione sul fronte dei conti pubblici e nelle prossime settimane presenteremo a Bruxelles il piano per rispettare tali impegni”.

Questo significa che l’Italia, sempre che riesca a chiudere la procedura di infrazione per deficit eccessivo (anche su questo punto non ha avuto alcuna assicurazione), dovrà tenersi sotto il 3% del rapporto deficit/pil anche nei due anni successivi. In altri termini il governo Letta almeno per i primi sei mesi di vita non avrebbe alcun margine di manovra, con le conseguenze sul programma di crescita che si possono immaginare.

La data in cui si prende la decisione è il 29 maggio, ma le premesse stanno nei numeri che domani il commissario europeo agli Affari economici e monetari Olli Rehn presenterà a Bruxelles relativi alle previsioni su deficit e pil condite con alcune righe di raccomandazioni. Se con quei numeri la Commissione, oltre a certificare che il deficit 2012 ha rispettato i vincoli di Maastricht, tenesse in sospeso il giudizio sull’Italia, già giunta al tetto del 3%, e magari rimandasse la chiusura della procedura a ottobre, allora le cose si metterebbero davvero male.

Letta ha bisogno che quelle raccomandazioni siano incoraggianti e spera che i numeri annuncino la chiusura della procedura d’infrazione cui è sottoposta l’Italia dal 2009 per deficit eccessivo. La Commissione quasi certamente certificherà. Il problema è che Rehn, vedendo un deficit 2013 pericolosamente vicino al tetto (2,9 per cento nelle previsioni del governo, ma potrebbe essere superiore nei calcoli di Bruxelles) avrebbe tutte le ragioni.

L’unica nota positiva, ancorchè scontata, sta nella conferma dell’asse Roma-Parigi siglata nell’incontro con il presidente francese Francois Hollande. Sul nodo cruciale della crescita e dell’occupazione infatti la sintonia tra i due partner è risultata piena: abbiamo l’obbligo che l’Europa apra “una nuova fase”, spiega Hollande, mentre Letta condivide ed esprime un “tasso di soddisfazione del 100%”. Entrambi sottolineano che il traguardo di nuove misure per rilanciare il pil dei Paesi Ue deve essere raggiunto già nel vertice di giugno. Solo così, ammonisce Letta, si potrà fare qualcosa per alleviare quello che non esita a definire il suo “incubo”, e cioé la disoccupazione ed in particolare quella giovanile.

Mentre Letta è sulla via del ritorno, è prematuro trarre un bilancio definitivo del suo tour europeo. Per ora nel “carniere” del presidente del Consiglio non c’è niente di nuovo, se non la ripetizione dei vincoli e degli impegni comunitari che hanno fin qui soffocato il nostro sviluppo. Forse se la preparazione fosse stata più accurata e gli obiettivi più chiari, si sarebbe potuto ottenere qualcosina in più.

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