Addio a Giulio Andreotti, 60 anni al potere

Andreotti_Giulio_sliderIl senatore a vita si è spento all’età di 94 anni. Più di mezzo secolo vissuto da protagonista della storia d’Italia

 

 

ROMA – E’ morto all’età di 94 anni il senatore a vita e sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Si è spento nella sua abitazione romana in corso Vittorio Emanuele alle 12.25.

I funerali, secondo quanto si apprende da fonti della famiglia, si terranno domani nel primo pomeriggio presso la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, vicino all’abitazione del senatore a vita. La stessa chiesa dove l’ex premier si recava a messa ogni mattina.

La camera ardente per le persone più vicine alla famiglia sarà allestita oggi pomeriggio nella stessa abitazione in corso Vittorio Emanuele. ”Le esequie saranno celebrate nella sua parrocchia con gli stretti familiari”, ha fatto sapere Patrizia Chilelli, storica segretaria del presidente, al suo fianco dal 1989. ”Un grande uomo che mi ha insegnato tanto. Solo chi gli è stato davvero a fianco ha potuto capire l’uomo, non solo il politico”, ha aggiunto.

Sette pontificati, da Pio XII a Papa Francesco; 12 presidenti degli Stati Uniti, da Truman a Barack Obama;sette leader sovietici da Stalin a Gorbaciov. Giulio Andreotti esce di scena a 94 anni, dopo aver attraversato quasi tutto il secolo scorso e l’inizio di quello attuale e aver calcato da protagonista assoluto la scena politica italiana e internazionale per 60 anni.

Sulla sua carriera politica aveva detto, con il proverbiale pragmatismo e con quel pizzico di scaramanzia che caratterizzava le risposte alle domande sul suo futuro, che “i bilanci si fanno postumi. Per ora posso dire di aver fatto un percorso lineare, senza grandi incidenti e con qualche soddisfazione”. Anche la morte l’aveva sempre trattata con ironia e un pizzico di scaramanzia: “Non sono pronto. Spero di morire il più tardi possibile. Ma se dovessi morire tra un minuto, so che non sarei chiamato a rispondere nè di Pecorelli, nè della mafia. Di altre cose sì, ma su questo ho le carte in regola”, aveva detto qualche anno fa.

Andreotti ha ricoperto più volte numerosissimi incarichi di prestigio: è stato sette volte presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque volte ministro degli Esteri, due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell’ Industria, una volta ministro del Tesoro e ministro dell’ Interno, fino a sfiorare l’elezione al Quirinale, sfumata nel 1992 quando, all’indomani dell’attentato a Giovanni Falcone, il Parlamento elesse Oscar Luigi Scalfaro.

Nato a Roma il 14 gennaio del 1919, si è laureato in giurisprudenza nel 1941, specializzandosi in diritto canonico. Giovanissimo, si avvia al giornalismo trovando un ruolo sempre più incisivo nella Federazione degli universitari cattolici italiani (Fuci), di cui è assistente Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo VI. Collabora alla fondazione della Democrazia cristiana, al fianco di Alcide De Gasperi.

Dopo la liberazione di Roma, Andreotti diventa delegato nazionale dei gruppi giovanili della Dc e nel 1945 fa parte della Consulta nazionale. Deputato dell’Assemblea costituente nel 1946, è confermato in tutte le successive elezioni della Camera. Per due volte ha varcato la soglia del Parlamento europeo, eletto nella circoscrizione Italia centrale e Nord-Est. Il 1 giugno del 1991, l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo nomina senatore a vita.

Sottosegretario alla presidenza del Consiglio dal quarto all’ottavo governo De Gasperi tra il 1947 ed il 1953, Andreotti mantiene tale incarico con il successivo governo Pella, sino al gennaio del 1954. Andreotti diventa per la prima volta presidente del Consiglio nel 1972 (il governo più breve della Repubblica: solo 9 giorni di durata). L’incarico gli viene affidato nuovamente nel luglio del 1976 nella stagione del compromesso storico tra Dc e Pci. I comunisti si astengono e il monocolore democristiano può nascere. Ci sono due drammatiche emergenze da affrontare: la crisi economica e il terrorismo che insanguina il Paese.

Nel 1978 Andreotti si accinge a formare il governo di solidarietà nazionale con il voto favorevole anche dei comunisti, quando il 16 marzo, il giorno della nascita del nuovo esecutivo, Aldo Moro viene rapito dalle Brigate rosse. Esperto degli equilibri di geopolitica, Andreotti fa della distensione l’asse portante della politica estera italiana, unitamente all’appoggio convinto alla strategia atlantica.

Ha un ruolo incisivo nelle tensioni mediorientali, seguendo la linea della cosiddetta equivicinanza nel conflitto tra israeliani e palestinesi. Inoltre, Andreotti sostiene i Paesi dell’Est nel loro difficile cammino verso la democratizzazione e la difficile opera di Mikhail Gorbaciov in Urss, mentre dà il via libera italiano all’installazione dei missili Nato. Gli anni ’80 si chiudono con l’accordo politico passato alle cronache con l’acronimo di Caf dalle iniziali dei protagonisti: lo stesso Andreotti, Bettino Craxi e Arnaldo Forlani.

Nel 1991 forma un nuovo esecutivo, l’ultimo prima del ciclone di Tangentopoli che investe la politica della prima Repubblica. Andreotti non entra nelle indagini ma a metà degli anni ’90 viene processato dalle procure di Perugia e di Palermo. I magistrati umbri lo accusano di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, direttore di ‘Op’, ucciso nel marzo del 1979. Dopo 169 udienze, il 24 settembre 1999 viene pronunciato il verdetto di assoluzione per non aver commesso il fatto’. Il 30 ottobre 2003 è assolto dalla Cassazione in via definitiva.

Un’altra accusa, però, investe il ‘divo Giulio’: quella di essere colluso con la mafia. La notizia, insieme a quella del presunto ‘bacio’ al boss di Cosa nostra Toto’ Riina, fa il giro del mondo e per Andreotti inizia un periodo molto difficile che tuttavia il sette volte premier affronta con la consapevolezza della sua innocenza.

Il 13 maggio 1993 il Senato concede l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Il dibattimento comincia il 26 settembre del 1995. I pm chiedono 15 anni di reclusione. Il processo di primo grado si chiude il 23 ottobre 1999: Andreotti viene assolto perché ‘il fatto non sussiste’. La Procura di Palermo decide comunque di ricorrere in appello. Il 15 ottobre del 2004 la Cassazione conferma le sentenze di assoluzione. “Hanno usato i processi per mettermi fuori gioco politicamente. E’ stato un momento di politica molto cattiva”, commentò successivamente.

Autore di numerosi libri, Andreotti ha anche ricevuto la laurea honoris causa dalle più prestigiose università di mezzo mondo: dalla Francia all’Argentina, dagli Stati Uniti alla Polonia, dalla Spagna alla Cina, dal Canada alla Bulgaria. Innumerevoli gli aneddoti su Andreotti, ribattezzato nella metà degli anni ’50 il ‘divo Giulio’ e, una trentina di anni dopo, ‘Belzebù” da Bettino Craxi. Uno tra i tanti: raccontano i vecchi cronisti politici che il giovane Andreotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio in uno dei governi De Gasperi, fosse stato incaricato dallo stesso leader storico della Dc di occuparsi di una questione delicata, sollevata da Giuseppe Saragat. Questione che venne risolta da Andreotti nel giro di una ventina di minuti. A quel punto Saragat alzò il telefono e chiamò De Gasperi tessendo le lodi di Andreotti e commentando “ma quello è una volpe”. De Gasperi rispose: “Non è una volpe, è una faina…”.

Potrebbero interessarti anche