L’Eni ai privati nell’indifferenza generale

Eni_sliderI fondi d’investimento stranieri superano quelli dello Stato. Le possibili conseguenze anche su Enel, Terna, Finmeccanica

 

ROMA – Noi l’avevamo detto! Scusate questa poco elegante citazione, ma un anno fa, imperando il “duo sciagura” Monti-Grilli, questo piccolo giornale aveva denunciato il pericolo che l’approdo finale di quella politica dissennata, ligia alle disposizioni della finanza internazionale, sarebbe stata la seconda ondata di privatizzazioni, dopo quella del ’92. Avevamo solo sbagliato le date.

“Dire che le grandi banche, in cui hanno militato in passato i “monelli” della finanza italiana, come Draghi, Monti o Grilli, passano all’incasso prima che a Palazzo Chigi e a via XX Settembre cambino gli inquilini, è una bassa insinuazione di cui vergognarsi ma non per questo irrealizzabile. E’ ancora troppo fresco il ricordo delle commissioni miliardarie che quelle stesse banche portarono a casa ai tempi della prima ondata perché non vogliano riprovarci”.

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Dopo che i buoi erano scappati dalla stalla, i governi che seguirono fecero la faccia feroce e dettero allo Stato azionista un diritto di veto (“golden share”) su qualsiasi cessione di imprese strategiche per gli interessi e la sicurezza del Paese. Quella norma, mai utilizzata dal Tesoro, fu contestata dalla Ue che ha aprì una procedura d’infrazione nei nostri confronti (mentre non prese alcun provvedimento nei confronti della Francia con una rete protettiva delle proprie aziende assai più vasta e impenetrabile).

Il governo Monti, sempre sollecito a soddisfare le richieste delle grandi banche di investimento, ha provveduto ad allargare di molto le maglie della normativa antiscalata, tipo: le nuovo norme si potranno applicare solo se il “cacciatore” sarà extracomunitario, oppure l’uso della “golden share” potrà essere deciso solo dall’intero Consiglio dei ministri, valutando di volta in volta l’adeguatezza dell’acquirente, le modalità di finanziamento, il progetto industriale e le garanzie di regolare prosecuzione delle attività svolte dalla società-preda. Se questa ragnatela di condizioni non equivale a sterilizzare la possibilità di stoppare qualsiasi intervento ci manca davvero poco.

E infatti le conseguenze si sono viste clamorosamente la settimana scorsa all’assemblea degli azionisti dell’Eni dove lo Stato pensava di farla come sempre da padrone con il suo 30,1% delle azioni (ministero dell’Economia 4,34% e Cdp 25,76%). Invece per la prima volta nella storia, l’azionista di maggioranza del più grande gruppo energetico del Paese non è più lo Stato, ma il mercato attraverso i fondi d’investimento e gli investitori istituzionali, tutti stranieri, che hanno fatto blocco in assemblea e messo insieme il 30,98% del capitale. L’Eni è diventata così ufficialmente una public company.

Dal momento poi che all’ordine del giorno dell’assemblea non c’erano scelte strategiche, ma solo l’approvazione del ricco bilancio 2012, con relativo dividendo di 1,08 euro per azione, e il rapporto sulle remunerazioni, il sorpasso dei fondi e degli altri investitori privati, che hanno votato insieme agli azionisti pubblici, non solo non ha creato alcuna tensione, ma è passato praticamente nell’indifferenza generale.

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Quello che è successo invece domenica scorsa è una svolta epocale nel nostro sistema economico che non solo si ripeterà nelle prossime occasioni, ma investirà, dopo l’Eni, tutte le altre aziende a partecipazione statale, Enel, Terna, Finmeccanica. Diceva un analista, una volta rotto l’argine, il mercato si muove come un fiume in piena.

Per quanto riguarda i lavori assembleari, nonostante il blocco “bulgaro” di voti dei maggiori azionisti pubblici e privati, non sono mancate le contestazioni. In particolare i piccoli azionisti hanno contestato i criteri di remunerazione del management, partendo proprio dal vertice. Nel 2012 infatti l’amministratore delegato Paolo Scaroni ha portato a casa un totale di 6,347 milioni euro, un milione e mezzo in più rispetto al 2011, grazie a un compenso straordinario per “il significativo apporto professionale profuso nella realizzazione degli obiettivi aziendali”.

Altre critiche pesanti sono venute sui casi di corruzione in Nigeria che hanno coinvolto l’Eni e la controllata Saipem (Banca Etica), nonchè sul drammatico inquinamento del delta del Niger (Amnesty International Italia e Global Witness).

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