La lezione di Draghi e la fabbrica dei suicidi

Foxconn_sliderNell’economia globalizzata le leggi del mercato prevalgono su ogni altra regola, comprese quelle sulle condizioni di vita e di lavoro

 

 

ROMA – Delle condizioni di vita e di lavoro in Cina e in gran parte delle economie emergenti conosciamo ormai (quasi) tutto. Allo sviluppo sconvolgente dell’urbanizzazione, a ritmi di crescita dell’economia a due cifre, a volumi di esportazioni incontenibili, si accompagna spesso un livello di esistenza e di qualità sociale al di là della tollerabilità civile.

Il mondo occidentale che usa quei mercati sia per produrre le merci che per piazzare i propri prodotti, gira la testa dall’altra parte e fa finta di non vedere. Di non vedere, per esempio, quello che accade nella fabbrica della Foxcomm, a Shenzhen nel sud della Cina, dove sono ammassati quasi 400 mila lavoratori che sfornano tutta la linea di prodotti della Apple, dall’I-phone all’I-pad, oltre a vari altri componenti per la Sony o per la Nokia.

E’ il crogiolo infernale dove si lavora 60 ore settimanali per 51 centesimi di dollaro all’ora, 100 euro al mese, dove vengono impiegati ragazze e ragazzi minorenni e dove uno o due lavoratori ogni mese si gettano dalla finestra per la disperazione e l’alienazione. E mentre la Apple dichiara che sta “seguendo da vicino le misure prese dal management di Foxconn per affrontare l’emergenza e continuerà le abituali ispezioni negli impianti in cui vengono costruiti i suoi prodotti”, il sito ZDNet della Cbs si domanda: “Noi americani abbiamo veramente così tanto bisogno dei nostri giocattoli elettronici da guardare altrove mentre esseri umani come noi muoiono per le pressioni che subiscono per vivere una vita da schiavi?”.

E’ la legge spietata del mercato, “that’s our world”, si risponde, anche di fronte al crollo della fabbrica Rana Plaza di Dacca in Bangladesh sotto le cui macerie sono rimasti 1.127 operai. In quell’edificio sbriciolato di otto piani si producevano abiti, jeans e magliette per le più famose griffe del mondo, pagando un operaio 38 dollari al mese, in condizioni ambientali e di sicurezza che forse solo Charles Dickens avrebbe potuto descrivere.

Dopo il disastro (più che annunciato), alcuni dei committenti, tra cui marchi famosi come la svedese H&M, la britannica Mark&Spencer, la spagnola Zara e l’italiana Benetton, si sono almeno impegnati ad “adottare per i prossimi cinque anni misure che porteranno a garantire la sicurezza degli edifici dove operano produttori bengalesi”. Non è certo un intervento risolutivo, ma c’è chi addirittura non ne vuol sapere niente, come il colosso americano della distribuzione WallMart che ha dichiarato che “non c’è niente da dichiarare”, o la Gap che si è detta pronta a firmare l’intesa se gli obblighi previsti saranno tolti.

I nostri lettori si domanderanno: “Dov’è la notizia? Tutto questo purtroppo fa parte della cronaca quotidiana e lo sapevamo benissimo”. Giusto! La notizia vera sta in un articolo di Repubblica-Affari&Finanza di qualche giorno fa, a firma di Marcello De Cecco, sotto il titolo “La lezione di Draghi alla politica”.

Facendosi interprete del Draghi-pensiero, l’economista della Luiss spiega che “la virtù consiste nell’accettare gli sviluppi in atto nell’economia mondiale, che mettono i paesi europei in concorrenza con paesi emergenti nei quali il welfare è inesistente o ridotto all’osso e i livelli salariali enormemente inferiori a quelli europei, mentre i tassi di crescita vanno dal 5% in su, contro i quasi immobili equivalenti europei. La virtù consiste nel ridurre in maniera sostanziale alcune conquiste della civiltà europea degli ultimi 50 anni per riuscire ad affrontare e battere i nuovi concorrenti”.

I frutti della lectio magistralis di Mario Draghi e della dottrina mercatista che la ispira si leggono già oggi nel numero sconvolgente di disoccupati, nel progressivo impoverimento delle popolazioni, nelle intollerabili diseguaglianze sociali, nell’egemonia finanziaria che fa premio su qualsiasi altro obiettivo di cambiamento.

Siamo dunque condannati ad essere tutti cinesi? Speriamo di no, almeno fin tanto che anche i diritti umani, le condizioni di lavoro, i parametri ambientali non saranno stati globalizzati, come lo sono state le merci, i titoli tossici e le transazioni finanziarie.L’Italia aveva presentato al G8 dell’Aquila nel 2009 la proposta di un Global Legal Standard, un trattato internazionale multilaterale che scoraggiava ogni livellamento al ribasso delle discipline riguardanti il lavoro, il trattamento sociale, l’ambiente e la risoluzione di controversie tra differenti giurisdizioni nazionali, confidando in una più efficace armonizzazione dei regimi giuridici dei vari paesi.

Quella è la via maestra da percorrere, per quanto lunga e, secondo alcuni, utopica. Ma il trattato è aperto all’adesione di chiunque e 36 paesi dell’Ocse ne hanno già approvato i principi fondamentali. Con loro e con tutti quelli che vi aderiranno in futuro dovrebbe essere lecito trattare e necessario competere. Gli altri, anche se membri della World Trade Organization, dovrebbero restare nel limbo, secondo l’insegnamento della stessa enciclica Caritas in veritate in cui si insegna che “l’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento, ma non un’etica qualsiasi, bensì un’etica amica della persona umana”.

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