Riforme, legge elettorale ancora lontana

Camera_sliderDibattito in Parlamento sulle riforme costituzionali, ma la strada resta scivolosa a cominciare dal comitato dei 40

 

 

ROMA – Il tema delle riforme costituzionali approda finalmente questa mattina all’esame delle Aule di Camera e Senato, ma la versione soft della mozione di maggioranza, faticosamente sottoscritta ieri da Pdl e Pd, oltre che dalle altre forze che sostengono il governo, al termine di una lunga, tesissima giornata scandita da vertici, assemblee e riunioni di gruppi, conferma che la strada resta scivolosissima e tutta in salita.

Scivolosa per il governo, che ha dovuto prendere più volte e con decisione le distanze, per voce dei ministri Franceschini e Quagliariello, da prese di posizione in tema di legge elettorale, sottolineando il carattere squisitamente parlamentare di questa riforma e restituendo ai partiti la responsabilità dei contenuti e dei perimetri entro cui circoscriverla. Ma scivolosa anche per i due partiti di maggioranza, Pdl e Pd, che hanno rivelato drammaticamente in questo confronto preparatorio, le proprie divisioni interne.

Così il Pd si presenta alla Camera firmatario della mozione di maggioranza ma presente anche con una mozione distinta, sottoscritta dal vicepresidente di Montecitorio, Roberto Giachetti, oltre che da 98 altri parlamentari democratici, che smentisce la linea scelta dalla maggioranza di espungere di fatto dal documento da votare la legge elettorale e si contrappone anzi ad essa, chiedendo il ripristino del Mattarellum. Ce n’è abbastanza per spaccare il partito e far affondare l’esecutivo. Le diplomazie sono al lavoro da ieri e proseguiranno fino all’ultimo per un ritiro della mozione, che tra l’altro, andando verso una bocciatura pregiudicherebbe totalmente anche ogni ulteriore passo del Pd nel senso di un possibile ritorno, sia pure a tempo, a quella formula di legge elettorale. Senza contare il fatto che il governo, se chiamato a pronunciarsi, sarebbe costretto a dare parere contrario e in caso di voto favorevole sarebbe di fatto sfiduciato.

Non stanno meglio le cose in casa Pdl, lacerato dalla diffidenza dei falchi per le mediazioni verso le posizioni del Pd, in particolare sulla legge elettorale, e con i nervi più scoperti che mai dopo l’esito così poco lusinghiero per i parlamentari azzurri delle elezioni amministrative. Ieri la riunione del Pdl alla Camera iniziata intorno alle 18 si e’ conclusa solo poco prima di mezzanotte dopo che la tensione era salita al massimo, tanto da richiedere l’intervento, verso le 21, dello stesso segretario del partito, Angelino Alfano, che ha dovuto arginare un dibattito che oramai aveva travalicato i temi delle riforme e della mozione, per dilagare verso quello del sostegno stesso al governo. Alla fine la linea della ragionevolezza di Alfano (”Non siamo ospiti sgraditi, ma azionisti di maggioranza di questo esecutivo”) ha prevalso così come quella del sostegno alla mozione di maggioranza.

Che la definizione di una posizione comune della maggioranza non sarebbe stata cosa semplice si era capito fin dalla mattina di ieri quando il primo vertice governo-maggioranza al Senato si era concluso evidenziando senza ombre i due punti di contrasto che dividevano Pd e Pdl. In primo luogo la legge elettorale, quindi la composizione, o meglio la riproporzionalizzazione della rappresentanza dei gruppi (Pd e Pdl) nel comitato dei 40 chiamato a dare forma alle riforme costituzionali.

Sulla legge elettorale il Pdl spingeva perché nella mozione ci fosse la certificazione di una clausola di salvaguardia che mantenesse nell’ ambito dei ritocchi ”minimalisti” le correzioni al Porcellum in vista della successiva e definitiva nuova legge dopo il varo delle riforme costituzionali. Dal canto suo il Pd optava per non toccare del tutto l’argomento, in modo da avere mano libera di discutere e fare proposte più ampie in separata sede.

La faticosa mediazione ha portato alla fine a un documento equilibrista, dove la legge elettorale non si affronta (così come auspicato dal Pd), pur precisando che ”non potrà che essere coerente e contestuale con il complessivo processo di riforma costituzionale” e specificando che ”qualora si realizzino condizioni che rendono urgente un intervento in materia, occorrerà che lo stesso sia ampiamente condiviso” (giusto per dare un po’ di pace alle preoccupazioni Pdl). Per il resto nessun riferimento a tempi e contenuti.

Sul comitato dei 40, la cui composizione per il Pdl risultava troppo sbilanciata a favore del Pd, in ragione del fatto che il premio di maggioranza elettorale di fatto droga l’esito dei voti, si trova una formula cerchiobottista.
”Il premio di maggioranza serve per governare non per fare le riforme costituzionali” lamentava ancora ieri in mattinata il capogruppo della Camera, Renato Brunetta, secondo cui ”il Pd ha un super premio di maggioranza alla Camera che moltiplica per 3 la sua rappresentanza. Tra noi e loro c’è solo lo 0,3% di differenza tra i voti ricevuti, siamo in sostanziale parità. E’ questa la distanza che va replicata nel comitato, a tutto vantaggio e salvaguardia delle minoranze”. In serata la mediazione propone alla fine che il comitato dei 40 che avrà il compito di ”agevolare il processo di riforma, favorendo un’ ampia convergenza politica in Parlamento” garantirà al suo interno ”la presenza di ciascun gruppo parlamentare” e rispecchierà ”complessivamente la proporzione tra i gruppi, tenendo conto della loro rappresentanza parlamentare e dei voti conseguiti alle elezioni politiche”.

Per il resto la mozione di maggioranza ”impegna il governo a presentare alle Camere, entro il mese di giugno 2013, un disegno di legge costituzionale” per avviare la procedura di riforma della Costituzione. L’esame parlamentare dei disegni di legge di riforma costituzionale deve concludersi entro 18 mesi dall’ avvio. Per quanto riguarda il comitato dei 40 questo avrà il potere di esaminare ”i progetti di legge di revisione costituzionale dei Titoli I, II, III e V della parte Seconda della Costituzione, afferenti alla forma di Stato, alla forma di governo e all’assetto bicamerale del Parlamento, nonché, coerentemente con le disposizioni costituzionali, di riforma dei sistemi elettorali”.

In sintesi un documento di principi molto ampi, intorno a cui sembra impossibile non poter convergere. Ma oggi alle Camere saranno votate anche le mozioni delle opposizioni, in particolare quelle della Lega Nord, che cita l’intervento del premier Enrico Letta in occasione del suo insediamento e chiede una convenzione anche con esperti esterni per evitare le fisiologiche contrapposizioni del dibattito contingente e tempo massimo diciotto mesi per superare il bicameralismo perfetto, con il Senato delle Regioni e per chiudere la partita del federalismo fiscale.

C’è poi quella del Movimento 5 stelle, su cui si e’ aperto l’ennesimo fronte interno per il fatto che in pochissimi tra i grillini ne conoscevano l’esistenza e ancora meno i contenuti. Un documento che, pur avendo M5S incassato l’apertura dell’esecutivo su un’ampia consultazione dei cittadini nella fase riformatrice, verte sulla richiesta di referendum di indirizzo su forma di governo e di Stato, boccia l’idea di convenzioni o altri organismi essendo ”il Parlamento l’unico abilitato per riformare la Costituzione”, ritiene ”indispensabile e urgentissima una revisione del sistema elettorale attraverso cui i cittadini possano scegliere in maniera diretta i propri rappresentanti in Parlamento” e impegna il governo al taglio del numero di parlamentari e consiglieri regionali, scioglimento delle province, limite massimo di due mandati, incandidabilità alla carica di deputato e senatore di coloro che sono stati condannati con sentenza definitiva per delitto non colposo, introduzione del referendum propositivo.

Il dibattito sulle riforme costituzionali dunque si apre in Parlamento: al Senato si inizia alle 9,30, con l’intervento del presidente del Consiglio, Enrico Letta, per proseguire fino al pomeriggio. Alle 15,30 e’ attesa la replica del premier, alle 16 iniziano le dichiarazioni di voto, mentre il voto finale e’ previsto intorno alle 17.

Tempi slittati in avanti alla Camera, con avvio dell’esame alle 10, sempre con Letta e voto in serata. Le dichiarazioni di voto dovrebbero iniziare intorno alle 18.

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