Assolti dalla Ue, ma in libertà vigilata

Palazzo_Chigi_sliderIl Cdm di venerdì abolisce il finanziamento pubblico dei partiti, ma non affronta i problemi economici

 

ROMA – Dopo la “grande soddisfazione” espressa dal premier Letta per l’uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, sulle conseguenze pratiche della decisione comunitaria è sceso il gelo. Tanto che Paolo Savona si interroga stupefatto: “Ma come? Da quando hanno aperto la procedura il nostro prodotto interno lordo è precipitato, la disoccupazione è più che raddoppiata, la pressione fiscale è aumentata di dieci punti, tanto da poter parlare di un vero e proprio fallimento della politica economica italiana ed europea, e invece la Commissione ci toglie la penalizzazione solo per il modesto aggiustamento fiscale?”.

In verità la stessa Commissione Ue si era affrettata a spegnere qualsiasi entusiasmo, precisando che la decisione concede all’Italia “un margine molto piccolo” di politica economica, soprattutto a causa del debito sovrano molto alto. E perché qualcuno non si illudesse sull’esiguità del vantaggio, nello stesso documento sono state poste precise raccomandazioni “capestro”: nessuna deroga al risanamento dei conti pubblici, riforma radicale della P.A. (semplificazione quadro normativo, abbreviazione dei processi, corruzione, ecc.), “pannicelli caldi” per le banche, riforma del mercato del lavoro, spostamento del carico fiscale dal lavoro ai consumi, liberalizzazione dei servizi.

E’ sempre la stessa “camicia di Nesso” che ha ridotto il Paese in rovina e che il ministro Saccomanni ha voluto sottolineare con insolito zelo. “Non c’è né un ‘tesoretto né un euro in più per nessuno da utilizzare per coprire spese o ridurre le tasse. Solo il prossimo anno, se saremo stati bravi, potremo utilizzare una diecina di miliardi per cofinanziare qualche investimento pubblico produttivo”.

In effetti, non si vede di che cosa si possa andare soddisfatti. Una come Adriana Cerretelli, che conosce Bruxelles come pochi altri, giunge alla conclusione che “l’Europa non solo non fa sconti a nessuno (salvo che si tratti di Francia, Olanda, Spagna, Polonia, ndr), ma è pronta a marciare su problemi e disgrazie altrui per lucrarci sopra con estrema spregiudicatezza……..non è lo scudo e nemmeno l’arena dove irrobustirsi per poi navigare più forti nel mare aperto della competizione globale. L’Europa si è ridotta a palestra dove lo scontro tra partner Ue è ancora più aggressivo e violento che fuori”.

Ciò significa, in altri termini, che ce la dobbiamo cavare da soli, e questa potrebbe non essere una disgrazia. Per attrezzarci però ad un’impresa al limite della disperazione dovremmo avere almeno le mani un po’ più libere. Con le manette infatti imposte da Maastricht e dal fiscal compact non andiamo da nessuna parte, figurarsi accrescere la produttività, abbassare i costi unitari del lavoro, recuperare i deficit di istruzione e formazione, ridurre il peso fiscale e il prezzo dell’energia, investire nella ricerca e nell’innovazione, costringere le banche ad erogare prestiti alle imprese e alle famiglie (il “pannicello” proposto starebbe nell’alleggerire l’ammortamento delle perdite sui crediti).

Se si pensa – come in effetti Letta e Saccomanni pensano – di affrontare il mostro giocando su qualche decimale del rapporto deficit-pil, la partita è persa prima di cominciare. Se invece il governo riuscisse a costruire un programma organico di riforme e di investimenti, in un sostanziale equilibrio economico anziché sul solo rispetto contabile del pareggio di bilancio, si potrebbe andare a Bruxelles a rinegoziare le condizioni di adesione, senza necessariamente fare, fin dove possibile, la voce grossa.

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