Mentre Sagunto cade, a Roma si discute

Sagunto_sliderLa disoccupazione supera il 12%. La pressione fiscale è alla stelle e il Pil continua a calare. Le analisi della Cgil e della Cisl

 

ROMA – Il presidente Napolitano dà il termine di 18 mesi al governo per fare le riforme (prosegue la irritualità delle sue esternazioni) e invita i partiti a non essere “inconcludenti”. I partiti rispondono prontamente cominciando a parlare di legge per l’elezione del presidente della Repubblica.

L’Italia sta crollando un pezzo dopo l’altro, mentre è ricominciato il teatrino della politica che discute, si anima e si divide sul presidenzialismo, il semipresidenzialismo, il porcellum, il porcellum modificato, il mattarellum. Il Pdl spinge, il Pd per essere originale si divide, Letta fa il ponzio pilato e Grillo spara a raffica su tutti. Urge a questo punto chiamare la neuro!

Non c’è verso di farli rinsavire. Eppure lo scenario apocalittico è sotto i loro occhi: la disoccupazione che aumenta dello 0,1 per cento al mese, più di un giovane su tre senza lavoro, 6.500 imprese fallite dall’inizio dell’anno, credito prosciugato, pressione fiscale alle stelle.

I sindacati non sanno più come dirglielo. Oggi è la Cisl, nel suo X Rapporto sull’Industria in Italia, a lanciare l’allarme che la crisi economica si sta trasformando in crisi sociale, mentre non si vedono segnali di ripresa. Tre numeri per tutti:
•    Dal 2008 al 2012 in Italia si è perso il 2,4% dell’occupazione, il 6% del Pil, il 4,3% dei consumi delle famiglie, il 20% degli investimenti. Solo le esportazioni hanno mantenuto i volumi del 2008.
•    L’industria, con meno 415.485 occupati, ha perso l’8,3% di occupati, le costruzioni, con meno 259.293 occupati, hanno perso il 13,2%
•    Sono a rischio di occupazione nell’industria, ad oggi, circa 245.000 lavoratori.

Per la Cisl un aggravamento della crisi non è ineluttabile. Sia attraverso l’Unione Europea (allentamento dei vincoli), sia attraverso un riallocamento delle risorse interne e una forte concertazione fra governo e parti sociali, è possibile ripartire. Il Rapporto contiene una serie di proposte, dalle infrastrutture, all’export, ai distretti industriali, all’innovazione, alle politiche attive del lavoro su cui è possibile un confronto immediato per rilanciare la crescita. “Alla luce di questi ennesimi dati così drammatici sull’occupazione possiamo aggiungere solo che rischiamo di diventare una Repubblica fondata sul non lavoro – così il segretario generale Raffaele Bonanni – Occorre uno choc fiscale, un provvedimento straordinario per dimezzare le tasse, far ripartire la nostra economia, sollevare i salari ed i consumi”.

Le proiezioni simulate anche nello studio della Cgil “La ripresa dell’anno dopo – Serve un Piano del Lavoro per la crescita e l’occupazione” danno risultati agghiaccianti. “Proiettando infatti la ripresa calcolata dall’Istat, ovvero moltiplicando nel tempo il tasso previsto per il 2014 (pari a un +0,7%), emerge che il livello del Pil pre-crisi verrebbe recuperato nel 2026. Il livello dell’occupazione, invece, si raggiungerebbe soltanto nel 2076 (63 anni da oggi!). Non si recupererà mai invece il livello dei salari reali. Infine il livello di produttività verrebbe recuperato nel 2017 e il livello degli investimenti nel 2024”.

Persino i sindacati tedeschi hanno reso noto nei giorni scorsi un documento unitario titolato “Un piano Marshall per l’Europa”, dove accanto ad interventi nell’energia, nell’innovazione e nella formazione, si propone di sviluppare e ampliare una rete di trasporti trans europea multimodale e intermodale moderna nel pieno spirito di Delors, con obiettivi anticiclici di lungo periodo. D’altronde il Dgb già nel 2011 aveva proposto di costituire un “Fondo europeo per il futuro” e di finanziarlo attraverso l’emissione di obbligazioni fruttifere a lungo termine, chiamate “obbligazioni New Deal” garantite dall’Unione Europea, in grado di attivare, verso le infrastrutture, un potenziale d’investitori e risparmiatori che dispongono, in Europa occidentale, di 27.000 miliardi di euro in capitale monetario, che si confronta oggi, nella recessione, con un numero sempre minore di possibilità d’investimento sicuro e redditizio.

Gli imprenditori non sono da meno nel sollecitare un deciso cambio di marcia nella politica economica che, pur tenendo nel dovuto conto gli impegni europei, sia in grado di assicurare un nuovo paradigma di crescita. Dopo i ripetuti interventi del presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, ora è la volta di Unimpresa, l’associazione delle Pmi, a lanciare l’allarme che da qui al 2015 sta per piovere sul collo dei contribuenti italiani una stangata fiscale da 15 miliardi di euro. Secondo questi calcoli, infatti, ai 4,5 miliardi di maggiori entrate tributarie previste per quest’anno, si aggiungono i 5,4 del 2014 e i 4,9 dell’anno successivo. La voce maggiore di questo gettito aggiuntivo sarebbe rappresentata dall’imposta di bollo sulle transazioni finanziarie (3,4 miliardi nel triennio) e dalle accise sui carburanti (3,3 miliardi in più). Si annunciano poi l’inasprimento sulle assicurazioni (1,3 miliardi), le riduzioni delle agevolazioni fiscali per le auto aziendali (1,4 miliardi) e il mancato differimento di alcune imposte sostitutive.
I sindacati e i cittadini italiani urlano alla luna. In Parlamento e a Palazzo Chigi nessuno li sente sommersi come sono dagli strepiti sulla legge elettorale.

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